Tensioni 5 stelle-Lega
le cambiali da pagare

Non è la prima volta che accade ma ieri quando la «nuova» legittima difesa è diventata legge dello Stato tra gli applausi della Lega, non c’era traccia in aula di parlamentari grillini. Non uno di loro era rimasto a celebrare il successo dell’alleato. Proprio come in passato i leghisti si dileguarono quando i grillini esultavano di gioia per il reddito di cittadinanza. L’ennesimo segnale di una tensione che cresce man mano che si avvicina la data del 26 maggio, giorno della «partitissima» delle elezioni europee, un vero derby; e mentre si moltiplicano i segnali di brutto tempo per la nostra economia.

Quando la Confindustria, al pari della Bce e della Banca d’Italia, ha lanciato l’allarme della crescita zero nel 2019 (alla faccia dell’«anno bellissimo» del premier Conte e delle fantastiche previsioni di crescita del Pil all’1-1,5%, ormai campate in aria) il vicepremier Salvini ha attaccato «i gufi che la cannano sempre». Incredibilmente Di Maio lo ha gelato: «Ma quali gufi, noi siamo preoccupati».

Per cui adesso abbiamo quasi le parti rovesciate: Di Maio con la Confindustria, e Salvini, campione del partito del Nord industriale, che se la prende con chi diagnostica i nuovi problemi dei suoi stessi elettori. Curiosità della lotta per i consensi. Che si mischiano con i contrasti su tutti i capitoli principali dell’azione di governo: il decreto «sblocca cantieri» è stato approvato sì «ma salvo intese» e vuol dire che è un guscio vuoto; il decreto per la crescita è fermo; la flat tax trova la ostinatissima opposizione del ministro Tria (il quale tanto ormai sa benissimo che, comunque vada, dopo le Europee tornerà a fare il professore a Tor Vergata, forse con suo sollievo). E tutto questo mentre si avvicina la data del 10 aprile quando si deve (o dovrebbe) presentare il Def (Documento economia e finanza) con dentro tutte le cifre dell’economia in vista della legge di Bilancio dell’autunno. Gira voce che il Def potrebbe essere rinviato a fine aprile mentre non è chiaro come, mettendo su carta i «numerini» di un’economia che non cresce e di un rapporto deficit/Pil che per questo torna a salire verso il 2,4%, si potrà evitare la manovra correttiva. Bruxelles sicuramente la pretenderà per correggere in corsa i conti e obbligarci a mantenere le promesse fatte, ma i nostri governanti non potranno infliggere ai contribuenti una stangata qualche giorno prima di chieder loro il voto. Per il momento negano, fortemente negano («Manovra correttiva? Patrimoniale? Nuova Imu sulle prime case? Favole, fantasie, malignità») ma presto dovranno prendere qualche decisione, prima che i mercati – come dice Tria – «ci facciano a pezzi».

Ciò che più logora però la nostra situazione economico-finanziaria è soprattutto lo stato di tensione e di potenziale instabilità che caratterizza la vita del governo: dei dispetti s’è detto, dei veti contrapposti anche, della paralisi conseguente tutti si sono ormai accorti. Anche gli investitori che si sentono più sicuri a comprare i Bonos spagnoli piuttosto che i nostri Buoni del Tesoro, anche se noi paghiamo l’1% in più di interessi. Tutti si aspettano un terremoto dopo le elezioni europee quando sarà ufficializzato il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e 5 Stelle e la presumibile crisi della leadership di Di Maio, ma nessuno, ovviamente, sa quale esito potrà avere. Ciò che naturalmente si teme di più è come sempre quando l’economia non gira o gira poco, l’instabilità, la paralisi, il vuoto di potere. Nel 2020 ci aspettano le cambiali che abbiamo firmato, non potremo certo pagarle con l’oro di Dongo.

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