Territorio da tutelare Spinta all’economia

Territorio da tutelare
Spinta all’economia

Oltre un terzo della popolazione italiana risiede attualmente in aree ad elevata incidenza sismica, localizzate prevalentemente nelle regioni appenniniche e meridionali. A ciò va aggiunto come più del 10% del territorio nazionale sia soggetto ad un elevato rischio idrogeologico. Terremoti, frane e alluvioni continuano a tenerci col fiato sospeso, in balia di possibili nuove catastrofi umanitarie. Secondo recenti stime del ministero dell’Ambiente, inoltre, nell’ultimo ventennio i danni diretti dei dissesti territoriali ammonterebbero ad oltre 5 miliardi l’anno.

La frequenza, l’entità e gli effetti di tali eventi dipendono in parte dalla morfologia del nostro territorio, ma in buona parte anche da scelte di governi e di amministrazioni locali che nel corso degli anni hanno dato ampio spazio a speculazioni di ogni tipo, figlie di una drammatica, diffusissima cultura di dileggio del «bene comune».

Avendo tutti noi il privilegio di vivere nel Paese potenzialmente più straordinario del mondo da un punto di vista della quantità e del valore intrinseco delle proprie bellezze artistiche, sarebbe altresì auspicabile una qualificata ristrutturazione di centri urbani di elevato pregio architettonico e di numerosi siti archeologici di grande rilievo storico. Nessun governo si è fino ad oggi impegnato nella realizzazione di un piano organico di interventi di questo tipo. Oggi, qualche aspettativa in questa direzione è alimentata da quanto scritto da Lega e M5S nel contratto di governo: «A livello nazionale, regionale e locale è determinante avviare una serie di interventi diffusi in chiave preventiva di manutenzione ordinaria e straordinaria del suolo, anche come volano di spesa virtuosa e di creazione di lavoro, a partire dalle zone terremotate».

Emergerebbe dunque la consapevolezza, finalmente anche da parte della politica, dell’urgenza di «interventi di prevenzione» sul territorio e, soprattutto, la convinzione della loro valenza strategica ai fini della crescita economica. La realizzazione di una rete massiccia e ben articolata di «microinterventi» - orientati a prevenire dissesti e deterioramenti di varia natura - oltreché corretta civicamente, risulterebbe quanto mai idonea a favorire massicci sbocchi occupazionali, in particolare per i giovani, soddisfacendo quella che è oggi unanimemente avvertita come un’assoluta priorità sociale in un contesto di perdurante stagnazione dell’economia. Operare per riavviare la crescita, attraverso un mirato programma di «microinterventi pubblici» sull’intero territorio nazionale, gioverebbe anche ad una corretta applicazione del «reddito di cittadinanza» che, nella maggior parte dei casi, dovrebbe essere erogato per il tempo necessario ad ottenere un lavoro. Questa tanto decantata «rivoluzione del welfare italiano», senza un parallelo rilancio dell’economia reale rischierebbe infatti di non avere un’ampia e soddisfacente ricaduta sociale.

Un vasto e articolato piano di interventi pubblici, che comprenda anche l’esecuzione di grandi opere, richiede tuttavia risorse adeguate che non risultano disponibili nel bilancio dello Stato. In merito, il ministro Di Maio ha in più occasioni assicurato un impegno del governo nel reperire le risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa pubblica, la cosiddetta «spending review» e un efficace rientro dall’evasione fiscale. Secondo una previsione a suo tempo effettuata dall’ex commissario Cottarelli, attraverso una capillare azione di eliminazione di spese superflue sarebbe possibile ricavare in due, tre anni circa 70 miliardi di euro di risparmi. Altrettanto rilevanti potrebbero essere le risorse rinvenibili da un efficace contenimento dell’evasione fiscale che, secondo recenti stime Istat, ha superato i 120 miliardi di euro. Interventi di questo tipo sono evidentemente stati frenati in passato dal timore di ledere interessi molto diffusi che avrebbero determinato conseguenze negative sul piano elettorale. Se l’attuale governo riuscisse ad invertire questa tendenza, allora sì che potrebbe davvero definirsi «del cambiamento».


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