Una vita normale anche in montagna

Una vita normale
anche in montagna

A Rimella sono rimasti in 133. Aveva 15 frazioni, il paesino della Val Mastallone, mille e rotti metri di altitudine, in provincia di Vercelli. Un gioiello Valser, montagna dura, isolata, che con un po’ di chilometri e buoni polmoni arrivi a fare una carezza al gigante, il Monte Rosa. Case fatte di un legno che quando ci cammini sopra, suona la sua musica di scricchiolii. Un gioiello di tanti presepi. Sono rimasti 133 abitanti, e in una manciata delle sue frazioni non c’è più nemmeno un cuore che batte. Disabitate, grumi di case fantasma. Buone forse per farci qualche film: scenografie «a gratis a gratis». Come quelle vecchie città disseminate nel west americano: dove un tempo c’erano cow boy a cavallo, ora arrivano turisti col suv. Dove un tempo c’erano orgogliosi piemontesi, ora chissà chi arriverà, se mai arriverà.

Rimella non è Bergamo, ma un esempio, quand’è buono, scavalca i confini. Serve a far capire che la montagna non è eterna, se non la si tiene viva. Sono di queste settimane molte notizie che allarmano chi ha a cuore la vita delle nostre valli. Si tagliano chilometri dei trasporti pubblici, e ovviamente chi fa di conto taglia là dove ci sono meno passeggeri, e dunque far viaggiare i bus rende meno, o addirittura fa perdere quattrini. La montagna è la prima candidata.

Sono di questi mesi le notizie che riguardano i nostri ospedali di montagna, Piario e San Giovanni Bianco in primis: sempre più difficile tenere aperti servizi completi, dato che la «clientela» diminuisce. E quindi, chi fa di conto razionalizza, come si dice quando serve l’anestesia. E sono infine di questi giorni le notizie sul futuro incerto di alcune scuole delle nostre valli. Pochi bimbi, dunque quando va bene si accorpa, e quando va male si chiude. Ma accorpare vuol dire spostarsi, dunque necessità di trasporti, che però sono sempre a rischio tagli data la carenza di bambini. È un cane che si morde la coda, una spirale negativa. Certo: nelle nostre montagne è lontanissima l’epoca in cui nelle famiglie arrivava un figlio all’anno, o quasi. Ma è chiaro che senza servizi le famiglie tenderanno sempre più a spostarsi laddove hanno facilità di trasporto, offerta d’istruzione, garanzia di una sanità efficiente. E più si sposteranno, più si taglieranno i servizi, in una discesa sempre più ripida e sempre più giustificata da entrambe le parti. La gente che se ne va perché «abbandonata», i fornitori di trasporti, scuola e sanità «costretti» a sforbiciare dato l’esodo.

È la lezione che dobbiamo imparare da Rimella: pochi, pochissimi che scelgono la montagna a dispetto e nonostante tutto. Una scelta quasi ribelle, meritoria, per certi versi eroica, ma che non basta. La montagna non è un paese per vecchi, tantomeno per reduci che quasi si sentono eremiti. La montagna dev’essere normale, viva e vissuta, con la consapevolezza che tutto questo costa caro, anche carissimo, ma non è a fondo perduto. La montagna ha bisogno di una sorta di «statuto speciale». Che non è la richiesta di un assistenzialismo da fondi a pioggia, non vogliamo eserciti di forestali assunti per star lì a far niente. Però, se in montagna ci sono dieci bambini anziché venticinque, a quei dieci va mandata la stessa maestra che va più a valle. E va mandato lo stesso bus che va dall’hinterland al centro cittadino. E nei limiti del possibile, va garantita l’assistenza sanitaria giusta anche a chi vive ai piedi dei monti, lontano chilometri, saliscendi e tornanti dai grandi centri. A Rimella sono rimasti solo in 133, ma ad Azzone, nel cuore della Val di Scalve, paesino senza chissà quali pretese turistiche alle quali aggrapparsi, che fu protagonista nella battaglia vinta per la conservazione della Comunità montana, sono ancora 400, dice il sito del Comune. Certo, la nostra discesa è iniziata, lo spopolamento è una probabilità più che una possibilità. Ma la nostra montagna resiste ancora, tosta come i suoi valori, dura come i suoi dialetti.

Diamole una mano, prima che quelli che ancora resistono decidano di prendere un ultimo autobus, intanto che c’è, col biglietto di sola andata.


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