Violenza, la vergogna di mentalità che resistono

Violenza, la vergogna
di mentalità
che resistono

C’è da vergognarsi di essere uomini nel leggere i dati offerti dall’Istat in occasione della Giornata mondiale contro la violenza di genere. Sono numeri sconvolgenti: quasi sette milioni di donne italiane dai 16 ai 70 anni hanno subito almeno una volta nella vita una forma di violenza (20,2 per cento fisica, 21 per cento sessuale con casi, nel 5,4 per cento, di aggressioni sessuali gravi, come stupro e tentato stupro). Ma i numeri sono ancora più sbalorditivi se si considera che quasi il 40 per cento della popolazione italiana (il 39,3 per cento per l’esattezza) ritiene una donna in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. Secondo il rapporto Istat le vittime sono ritenute «corresponsabili» agli occhi di parte dell’opinione pubblica poiché il 23,9 per cento pensa che una donna possa provocare la violenza sessuale con il suo modo di vestire.

Insomma, nel 2019 c’è ancora chi pensa – come in un film degli anni di Pietro Germi – che semplicemente se l’è cercata. A quanto pare molti italiani si troverebbero perfettamente a loro agio tra i talebani. Tra i tanti dati che lasciano allibiti del report dell’Istituto di statistica («Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale»), cui hanno risposto maschi e femmine, è che il 6,2 per cento della popolazione è convinto che «le donne serie» non vengono violentate. Un mix di ignoranza e mentalità retrograda che ha quasi dell’incredibile, nel 2019. In realtà siamo fermi agli anni ’50. E ancora: il 7,4 per cento ritiene accettabile sempre o in alcune circostanze che un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha fatto gli occhi dolci a un altro uomo. Quanto al rispetto della privacy, il 18 per cento ritiene giusto sempre o in alcune circostanze che un uomo controlli abitualmente il cellulare della propria moglie o compagna.

Nel nostro Paese, come in molti altri del resto del mondo, si considera ancora la donna come un possesso, come «una sposa bambina». Una sorta di madre-moglie-schiava che non ha alcun diritto di fare scelte indipendenti, di andarsene di casa o di rivolgere le sue attenzioni a un altro uomo. O che semplicemente, essendo fisicamente più debole, può essere vigliaccamente molestata o percossa. O ancora fare da valvola di sfogo alla propria rabbia come un tavolo su cui si sbattono dei pugni. Orribile. Una mentalità retrograda e incivile che è dura a cambiare persino in uno degli Stati di diritto più civilizzati del mondo.

La buona notizia è che le vittime sono sempre meno remissive: il 41,7 per cento delle donne ha lasciato il proprio compagno proprio in seguito alle violenze subite. I dati Istat, oltre a dimostrare quanto sia effettivamente grave la situazione italiana, fanno anche luce su un sistema operativo di prevenzione e protezione che è di gran lunga migliorato grazie a leggi sempre più severe. In Italia, dal 1996, la violenza contro le donne è considerata come un delitto contro la libertà personale e non più come contro il buon costume. Dopo questa prima importante norma, ne sono seguite molte altre (2001, 2009 e 2013), fino ad arrivare all’ultima, pochi mesi fa, definita Codice rosso, che prevede corsie preferenziali per le denunce e introduce al suo interno reati gravi come il revenge porn, gli sfregi e le nozze forzate. Non da ultimo, sono state notevolmente incrementate le pene per violenza sessuale e stalking.

Ma evidentemente tutto questo non basta ancora perché, nonostante l’Italia sia al di sotto della media europea, il numero dei femminicidi e dei reati di questo tipo è sempre troppo alto. La violenza sulle donne, come ha ricordato ieri il capo dello Stato Sergio Mattarella, «non smette di essere un’emergenza pubblica» ed è per questo che «la coscienza della gravità del fenomeno deve continuare a crescere».


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