«Da medico a paziente nel Covid: la percezione dei malati è cambiata»

l’intervista. Nella settimana in cui cade la Giornata nazionale in memoria delle vittime del coronavirus, il 18 marzo, l’intervista de L’Eco di Bergamo Incontra è a Riccardo Gotti, medico dell’ospedale di Bergamo.

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«Il Covid mi ha trasformato da medico a paziente. Mi ci sono trovato, in questo ruolo: 4 mesi in terapia intensiva, appeso a un filo». Riccardo Gotti, 51 anni, chirurgo vascolare all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo, è sopravvissuto al Covid dopo una strenua battaglia.

Un calvario iniziato tre anni fa, tra fine febbraio e marzo 2020. Giorni intensi e sofferenze interminabili, raccontati anche in un libro coinvolgente, «Danze di sguardi», per esprimere riconoscenza e gratitudine per l’assistenza e l’amore ricevuti.

«Ho contratto il Covid la settimana prima del mio ricovero, datato 9 marzo 2020, nel pieno della tempesta. La settimana prima avevo medicato un paziente positivo. Non lavoravo in pronto soccorso, ma come chirurgo vascolare nella torre 5 dell’ospedale Papa Giovanni, facevamo consulenza in pronto soccorso dove i pazienti arrivavano, giorni in cui ci si istruiva su come comportarsi nei vari reparti in trasformazione dell’ospedale, con il Covid dilagante. Sono diventato purtroppo anch’io un paziente Covid, passando dall’altra parte della barricata».

«Pensavo sarebbe stata una questione di poco tempo - ha raccontato -, invece la malattia è durata 8 mesi di ospedale. Sono finito in Terapia intensiva, sveglio per dieci giorni. Poi mi hanno intubato. Peggioravo, respiravo a fatica, avvertivo una sensazione di morte imminente, con il casco Cpap e maschere. Sinceramente avevo paura a farmi intubare e avevo chiesto ai colleghi di non farlo. Tuttavia non mi hanno lasciato alternative e mi hanno detto “Se non ti intubiamo, muori. Vedi tu” e ho dovuto cedere».

Gotti per due mesi e mezzo è rimasto attaccato alla macchina per la circolazione extracorporea. «Il risveglio è stato impegnativo - ricorda -, non mi sembrava di essere un essere umano, mi sembrava di essermi trasformato. La ricchezza di quei giorni, la fortuna, è stato l’affetto: ero circondato da tante persone». Cosa provava? «Paura, sofferenza, solitudine, disperazione. Ho capito cosa provano i malati da malato io stesso e quando sono tornato a lavorare, quando sono ripassato da paziente a medico, tutto è cambiato». Un ricordo intenso su tutti: «Quando ho ripreso a lavorare sono andato in terapia intensiva per una consulenza: il paziente da visitare era ricoverato nel letto dove sono stato io, per 4 mesi. L’ho guardato negli occhi e gli ho detto: “La capisco”».

Sono passati tre anni da quella tempesta: «Dopo il Covid mi sono ripreso la vita: voglio stare con gli amici, mi piace la montagna e anche se non posso più sciare per le conseguenze del Covid, continuo a vivere la natura. E poi mi godo la famiglia e i miei figli, tutto l’amore che ho è per loro - dice -. Dopo tre anni ci si deve ricordare di quello che è successo non solo nella tragedia ma in come questa esperienza ci ha trasformato e reso quelli che siamo. Un sogno nel cassetto? Non c’è: ho raggiunto la felicità, non aspiro ad altro».

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