Mercoledì 13 Agosto 2014

La ballata dei Lotito

Il presidente della Lazio, Claudio Lotito, con Carlo Tavecchio

E allora che Tavecchio sia. A furor di presidenti il calcio italiano ha eletto mister Banana. E lo ha fatto turandosi il naso, le orecchie e gli occhi, indifferente alla sollevazione popolare più stupefatta e indignata dai tempi di Schettino. Del resto, se l’ammiraglio in fuga tiene prolusioni all’università è persino logico che un burocrate in sella dai tempi di Furino e Benetti, incapace di palleggiare persino con le parole, guidi la rivoluzione del pallone italiano. La vicenda ci ha offerto un paio di indicazioni.

Anche nello sport il segnale di disinteresse dei padroni del vapore nei confronti dell’opinione pubblica è totale; secondo un dogma del marketing noi siamo soltanto clienti. I tempi in cui i padri portavano allo stadio i figli per trasmettere loro la fede sportiva (momenti che tutti ricordiamo con tenerezza) appartengono alla preistoria, oggi le lobby si riuniscono e decidono secondo convenienza nel sostanziale disinteresse del Coni.In tutto questo rimane un mistero l’aura mistica che sembra circondare Claudio Lotito, grande elettore di Tavecchio, uscito da questa tornata come un Richelieu capace di accompagnare all’urna gli altri per farli votare come si conviene. Del presidente della Lazio ricordiamo pochi exploit, fra i quali nessuno sportivo. Qualche gaffe alla Tavecchio, qualche invito ad andarsene da parte della sua tifoseria (il che è tutto dire) ma soprattutto la faccenda dello «spalma debiti», quando riuscì a evitare il fallimento del club facendosi, appunto, spalmare 157 milioni di debiti col Fisco - la società non aveva pagato le tasse - per 23 anni accampando problemi di ordine pubblico. Se ci proviamo noi finiamo dritti in prigione. Evidentemente in certi ambienti queste imprese sono medaglie.

Giorgio Gandola

© riproduzione riservata