Mi arrendo

Mi arrendo

Sta per piangere. La piccola Hudea è in quel limbo dell’esistenza che non è più broncio e non ancora disperazione. Un istante senza respiro e senza controllo che per un padre o una madre può durare un’eternità.

Un istante sospeso in fondo al quale c’è lo scoppio delle lacrime o semplicemente l’accenno di un sorriso. Non sappiamo quale sia il fotogramma successivo, sappiamo che Hudea, quattro anni, arrivata nel campo profughi siriano di Atmeh dopo 150 chilometri di viaggio con la mamma e due fratelli, ha visto il fotografo con il teleobiettivo puntato su di lei e l’ha scambiato per un soldato con un’arma da guerra puntata contro di lei. Così ha fatto ciò che ha visto fare troppe volte in Siria da quando è nata; ha alzato le manine. Ha pensato «mi arrendo» e ha avvertito montare dentro di sé una disperata voglia di piangere.

Dal 2011, quando è cominciato il conflitto, in Siria sono morte 206.000 persone. Nel solo 2014 sono scomparsi 3.500 bambini. Nessuno viene risparmiato da una guerra, e i traumi più terribili non sono neppure quelli visibili. La foto è stata scattata a dicembre da Osman Sagirli e pubblicata un mese dopo sul quotidiano turco Turkiye. Condivisa su Facebook la settimana scorsa, sta facendo il giro del mondo.

Chi costringe una bimba ad arrendersi - e non stiamo parlando del fotografo, testimone d’un momento che farà epoca - sta sbagliando tutto. Politica, strategia, approccio, destino. Chi costringe una bimba ad arrendersi, chiunque esso sia, ha perso.

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