Offshore

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Benvenuti nel mondo iperconnesso. Lo diciamo ai grandi della Terra che dovrebbero saperlo da soli (Putin, Cameron, Poroshenko), ai manager eternamente sulla cresta dell’onda come Luca di Montezemolo e alle star come Leo Messi che, povera stella, spiega: «Firmo quello che mi dice papà».

Nel mondo iperconnesso il segreto non esiste, tutt’al più esiste la presunzione d’innocenza fino a prova contraria. Per il resto è una giungla, quindi chi oggi grida al complotto della Cia (Putin) o si smarca con sorpresa (tutti gli altri) dall’accusa di utilizzare società offshore a Panama dovrebbe sapere che tutto ciò è a tempo, fino alla prossima rivelazione. L’elenco dei vip è lungo, ma nel giro di dieci giorni verrà snocciolato come una formazione di calcio. I «Panama Papers» rubati - oggi si dice hackerati, ma è la stessa cosa - allo studio legale Mossack Fonseca possono far tremare per qualche giorno politici, personaggi dello spettacolo, imprenditori e banchieri (nell’elenco ci sarebbe anche Ubi, che ha smentito), ma l’esperienza ci dice che la ricerca di paradisi fiscali è un hobby senza rischio di declino.

Un tempo c’era solo la Svizzera, poi il Lussemburgo, poi cominciarono ad andare di moda i Caraibi (Bermuda, Bahamas, Cayman). Per principio avere la sede legale d’una società all’estero è lecito, a patto che i movimenti vengano dichiarati alle autorità del proprio Paese. Alcuni lo fanno per difendere i beni dai criminali, altri per questioni di eredità, altri ancora per pianificare investimenti. I problemi nascono quando dietro quei fondi ci sono evasione o corruzione. Vecchi vizi che continuano anche nel mondo iperconnesso. Per fortuna con qualche segreto in meno.


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Giorgio Gandola Direttore de L'Eco di Bergamo

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