Le Olimpiadi 2024 e un sogno per Parigi

Le Olimpiadi 2024
e un sogno per Parigi

Da dieci giorni ormai ogni evento sportivo comincia con il tricolore francese e le note della Marsigliese. Migliaia di cuori assiepati in stadi e palazzetti si sono stretti idealmente attorno ai transalpini, colpiti dalla furia cieca del terrorismo. Emozioni sincere, lacrime che sgorgano da dentro.

Non c’entra niente la retorica: quando il dolore è così profondo, la solidarietà è vera. Questi gesti sono importanti, ancorché «soltanto» simbolici, perché uniscono al di là di stereotipi, rivalità, campanilismi. Quei 90mila di Wembley che hanno cantato l’inno francese a squarciagola vogliono dire qualcosa più della vicinanza ideale a un popolo trafitto dall’odio più atroce conosciuto dal nazismo in poi. Ecco: forse sarebbe anche ora, a distanza di dieci giorni da una tragedia che è parigina certamente, francese di sicuro, ma altrettanto è una tragedia di tutti, sarebbe ora che il mondo dello sport trovasse il modo di tradurre tanta partecipazione in gesti concreti, in gesti «politici».

Lo sport ha nelle Olimpiadi il suo momento più alto e nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare della candidatura di Roma per i Giochi del 2024. La nostra Capitale si è messa in lizza con Los Angeles, Amburgo, Budapest e, per l’appunto, Parigi. Il nostro è un sogno, ma i sogni sono belli proprio perché costano niente. È troppo immaginare che le «rivali» di Parigi si ritirino tutte d’accordo, lasciando Parigi unica candidata? Tutti hanno detto che al terrorismo non va riconosciuto il diritto di farci paura, di cambiarci la vita. Questo vale per tutti, ma per Parigi vale ancora di più.

E allora sarebbe un gesto di grande forza dire al mondo che tutte le candidate si fanno da parte perché oggi non c’è candidata migliore e più forte di Parigi, per quelle Olimpiadi. Forse per una volta gli interessi economici, di prestigio, i calcoli sull’indotto e pure i calcoli che magari è meglio non dire (specie a Roma) potrebbero passare in secondo piano in favore di un bene più alto. Allora sì che tutti questi tricolori e questo risuonare di Marsigliesi assumerebbero un significato non solo simbolico. E lo sport, per una volta, scenderebbe in campo non solo per un gol o per un record. Ma per la vittoria che conta più di tutte.


r.belingheri
Roberto Belingheri Classe 1974, ha cominciato a scrivere su L'Eco di Bergamo nel settembre 1993. Assunto nel 2001 come redattore di cronaca città, nel 2003 è passato alla redazione sportiva, di cui è diventato caposervizio nel 2011. Dal 2017 è vicecaporedattore nell'ufficio centrale, coordinatore del sito web e responsabile dei servizi di Corner.

© RIPRODUZIONE RISERVATA