Venerdì 10 Febbraio 2012

La crisi colpisce il nostro sport
Risorse scarse: società in difficoltà

Premessa: considerare lo sport bergamasco in crisi può sembrare eccessivo. Limitandosi ai risultati del settore, nel 2011 Bergamo ha portato la bellezza di 47 atleti (e società) sul tetto d'Italia, d'Europa o del mondo. Nemmeno una delle province più sportive d'Italia (la 32ª stando graduatoria pubblicata annualmente dal Sole 24 Ore, dove pesa come il piombo la voce impianti) è pero impermeabile alle difficoltà economiche. Che in qualche settore hanno già costretto qualcuno a chiudere i battenti, e in altri iniziano a mandare le prime avvisaglie di difficoltà.



I fattori della crisi


Si scrive crisi ma si può tradurre in mille modi: sponsorizzazioni assenti o dimezzate rispetto al passato (un classico), differenza di budget rispetto a paesi esteri (pure quelli dell'est hanno messo la freccia), tagli dalle federazioni, Coni e regioni (sempre più corpose) e problemi collaterali che impediscono di fare il salto di qualità (senza un corpo militare alle spalle fare professionismo è quasi impossibile). 



Eccoli, alcuni dei motivi che negli ultimi dodici mesi hanno accesso più di un campanello d'allarme nello sport di casa nostra, che dal calcio (con quasi 100 mila affiliati), al sollevamento pesi (2 soli tesserati), annovera la bellezza di 200 mila agonisti distribuiti fra 43 federazione, 10 discipline associate e 11 enti di promozione sportiva (in quest'ultima categoria anche il Csi).


L'appello della Bergamo 59




Ecco il caso dell'Atl. Bergamo 59 Creberg. 53 anni di storia, gli ultimi 10 vissuti ai vertici nazionali (10 scudetti, altrettanti talenti giunti nel giro della nazionale senior) durante l'ultima festa sociale, il club giallorosso lanciò un monito: «Chi ha nuovi amici da farci conoscere si faccia avanti. Dobbiamo allargare la nostra famiglia». Sull'attività ordinaria c'era un punto interrogativo, non certo perché i giallorossi abbiano mai fatto follie ma perché la Fidal ha dato (e darà) una sforbiciata ai contributi per le società.



Da sempre, il sodalizio cittadino li utilizza per le spese dei campionati di società che stando a voci degli ultimi giorni dovrebbero essere coperti dall'arrivo di nuovi partner. Buona notizia. Come lo sarà, in prospettiva, riuscire a evitare la partenza di alcuni pezzi pregiati come capitato nelle ultime due stagioni con il marciatore Adragna e con il mezzofondista Yassine Rachik.

Chiari senza luce



«La regina degli sport», però, è in primis uno sport individuale e l'emblema di come le difficoltà economiche si siano messe di traverso sulla pista che porta nell'élite è rappresentata dalla vicenda del triplista Andrea Chiari. 21 anni, primatista italiano junior al coperto, dal giugno 2010 allo scorso dicembre il «tiramolla» di Pradalunga è rimasto promesso sposo delle Fiamme Azzurre. Causa assenza di fondi (leggi apertura dei concorsi) quel matrimonio non s'è mai consumato, e ora delle più grandi promesse dell'atletica italiana (parola di Gabriella Dorio e Paolo Camossi, non due qualsiasi) si trova a rincorrere Europei e Mondiali con un club civile. Non certo la stessa cosa in quanto a comodità.



Un esempio? Andrea spesso si allena al centro sportivo Saletti di Nembro (ospitato dalla società in cui è cresciuto prima passare alla Riccardi), dove parte dell'attrezzatura della palestra se l'è acquistata di tasca propria.

Buco nell'acqua



«È finito un ciclo», disse due mesi fa la presidentessa Beatrice Ferrara, al momento dell'addio di Elena Bertocchi. Già, quella che qualcuno considera la Cagnotto del futuro ha lasciato la Bergamo Nuoto, ammaliata dalle sirene della Canottieri Milano, visto come l'ideale trampolino di lancio verso l'Aeronautica Militare. Con lei l'allenatore Dario Scola, e dietro a loro una scia di bei ricordi (all'Italcementi è cresciuta così tanto da laurearsi campionessa d'Italia e d'Europa) misti a rabbia. Perché a volte «scelte di vita», «progetti» e «cicli» sono sinonimo di potenzialità economiche, le stesse che si sussurra potessero trattenerla dalle nostre parti.



Pallone sgonfiato


Da tre anni a questa parte, nel mondo del calcio dilettantistico, è cambiato il vento. Prima, in certe realtà, correre dietro a un pallone era diventato un lavoro ben retribuito. Ora, la parola d'ordine è ridimensionamento. E dalla serie D in giù, sono parecchie le realtà in difficoltà. Emblematico il caso della Colognese, dove fra cambi dirigenziali e di guida tecnica alcuni giocatori dalla scorsa estate hanno ricevuto le briciole rispetto a quanto pattuito. In Promozione, s'è trovata in difficoltà la Brembatese, che a fine andata ha dichiarato il «liberi tutti», annunciando l'impossibilità di corrispondere i «rimborsi spese». Risultato: una manciata di «pezzi pregiati» ha cambiato aria.



Sempre in Promozione, un altro caso lampante è quello del Lurano, dove alla base degli ultimi eventi (addio di allenatore e ben sette giocatori) ci sono anche motivazioni economiche. Insistente la voce secondo cui nella prossima stagione i biancorossi uniranno le forze con la Verdellinese (Seconda categoria), scelta che nei vari angoli della provincia potrebbero essere costretti a fare in parecchi.

Tamburello, addio alla B



E anche nel tamburello si paga il conto della crisi. I quattro club orobici che quest'anno avrebbero dovuto iscriversi al campionato della serie B maschile - Bonate Sopra, Castelli Calepio, San Paolo d'Argon e Sotto il Monte - non l'hanno potuto fare non avendo trovato le risorse necessarie che anche questa disciplina ormai richiede per affrontare un torneo a livello nazionale.



Tutte e quattro ripartiranno dai campionati minori, sperando di non compromettere l'interesse e la passione dei propri tifosi. Bonate Sopra, San Paolo d'Argon e Sotto il Monte si sono iscritte al campionato della serie C. Il Castelli Calepio dalla serie D. Nei mesi passati era corsa voce che qualcuna di queste società volesse fondersi, ma ogni tentativo non è andato a buon fine, cosicché il tamburello orobico maschile quest'anno sarà rappresentato in campo nazionale solo dall'Eurovim Filago in serie A.

Una presenza qualitativamente prestigiosa, ma numericamente la meno rappresentativa degli ultimi 30 anni. A legittimare questa considerazione basta solo un dato numerico: nel 2001 la provincia di Bergamo contava di tre squadre in serie A (Castelli Calepio, San Paolo d'Argon e Curno) e di sei in quello della serie B. Una differenza abissale rispetto alla stagione che sta per iniziare.

Chi ha mollato



Nel frattempo, in tanti hanno alzato bandiera bianca. Sia per l'Hc Hockey Bergamo che per il Badminton Treviglio non c'erano francamente più le condizioni per continuare: i primi, che militavano nella serie C2 di hockey su ghiaccio hanno detto stop un anno fa, messi al muro da problemi di impianti (ora qualcuno delle formazioni under fa la spola fra città, Milano, Lecco); i secondi, che dieci mesi or sono anno si erano guadagnati la permanenza in serie B, se li sono portati via come in uno smash partenze eccellenti e la mancanza di nuove leve. «Meglio finire qui che prendersi in giro», si sono detti con franchezza.



Un po' come Bergamo Calcetto e Bergamo Calcio a 5, ripartite nelle ultime due stagioni dalla serie C2 anche per motivi di budget dopo aver militato a lungo in serie B. Ciclismo e basket invece reggono, ma è innegabile i risultati siano meno brillanti che in passato.

I rischi



Il peggio è alle spalle o deve ancora venire? Mentre tutti si interrogano sul futuro, il timore è che a rischiare siano i più piccoli. Perché meno si è grandi, meno si è in grado di tutelare certe difficoltà (Bergamo Infrastrutture ha annullato tutte le convenzioni sugli impianti cittadini).



Perché per tornare i conti dei grandi (nel senso d'età) spesso si interviene sui più piccoli, leggi voce quote d'iscrizione alle varie società degli under 14. Ma questo è un altro capitolo della nostra storia. La morale del primo capitolo è chiaro: lo sport bergamasco non è in ginocchio, ma nemmeno su una nuvoletta al di sopra delle difficoltà di tutti gli altri settori.

Fine della prima parte


Su L'Eco di Bergamo del 10 febbraio la seconda puntata: un anno di calcio costa alle società sportive 160 mila euro

r.clemente

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