Venerdì 14 Febbraio 2014

«Io, comparsa all’Atalanta

ma protagonista al cinema»

Daniele Giulietti alla Mostra del Cinema di Venezia del 2010.

Nell’archivio de L’Eco c’è una fotografia in bianco e nero che racchiude un mistero. Scattata al Comunale poco prima della partenza per il ritiro estivo della stagione 1989/1990, ritrae cinque giocatori dell’Atalanta che fanno stretching mentre decine di giornalisti e fotografi vagano per il campo sotto lo sguardo attento e forse divertito di un Emiliano Mondonico in tenuta ginnica.

Il più riconoscibile dei cinque è certamente Glenn Peter Stromberg. Vicino a lui ci sono Armando Madonna, Giuseppe Compagno e Renzo Contratto. Più in disparte,Cesare Prandelli e un sesto giocatore: ha capelli e carnagione scura, sopracciglia folte e un’espressione a metà tra il corrucciato e lo sperso.

Ha un viso poco familiare anche se nei tratti potrebbe vagamente ricordare Domenico Progna. Ma no, non è Progna, non è nemmeno Nicolini e non può di certo essere Evair… Ma allora chi è? Che cosa ci fa lì? Perché anche dopo la consultazione dell’«Atalantina» risulta difficile identificarlo? Mistero.

Ma ai tempi di Internet anche l’enigma più ingarbugliato può essere risolto con un po’ di pazienza e procedendo per esclusione: Agresta no, era il terzo portiere; Radice no, aveva una faccia diversa; rimangono Rizzi, Paleni e Giulietti. Sui primi due le notizie in rete sono scarne. Su Daniele Giulietti invece c’è qualcosa. È un attore di teatro e di cinema. Poi svariate pubblicità e tanto teatro. E allora? Cosa c’entra con l’Atalanta di Stromberg e Caniggia?

C’entra eccome. Sì perché il giocatore misterioso della fotografia è proprio Daniele Giulietti, attaccante. All’epoca aveva 19 anni, e, dopo la promettente esperienza nelle giovanili, fu aggregato in prima squadra dove però non ebbe modo di farsi notare: zero presenze, una panchina a Cremona e una tribuna ad Udine.

Originario di Foligno, venne notato dagli osservatori dell’Atalanta al torneo giovanile di Margine Coperta quando militava nel Fucecchio. Gli proposero un provino.

E così, ad appena 14 anni lasciò la famiglia e si trasferì a Bergamo. Collegio, allenamenti, liceo scientifico… Daniele stava vivendo un sogno: quello di diventare un calciatore di serie A. In effetti ci arrivò vicino. Poi, come scrive lui stesso nella sua biografia on line: «Tra un calcio al pallone e l’altro, uno me n’è arrivato sul sedere, altro che serie A!». Il destino, comune a quello di tanti altri giocatori, lo portò a farsi le ossa nelle serie minori: dall’Olbia al Treviso, dal Legnano al Saronno, dal Trento alla Pro-Patria, dall’Alessandria al Casale.

A Trento se lo ricordano ancora come un idolo. Il suo soprannome era «Bandito». Poi, un bel giorno, trovò il volantino di un corso di teatro: aveva 31 anni, di lì a poco avrebbe appeso gli scarpini al chiodo, deciso a esplorare nuovi orizzonti. Un po’ per caso e un po’ per gioco si iscrisse a quel corso di teatro e ben presto capì che il palcoscenico sarebbe diventato la sua vita. Ha studiato e lavorato con Toni Servillo e Fillipo Timi e, oltre al teatro, ha partecipato a programmi tv e film per il cinema.

Nel 2010 alla Mostra del Cinema di Venezia viene presentato in anteprima Secondo Tempo di Fabio Bastianello, film sulla violenza negli stadi, dove curiosamente Daniele, dopo tanti anni di calcio, interpreta un tifoso. Non ha rimpianti per la mancata carriera da calciatore. Giocare in serie C gli ha comunque permesso di girare l’Italia in lungo e in largo e di vivere più che dignitosamente: «Avevo poche qualità e troppi limiti per sperare di diventare un giocatore di serie A. Ero bravino, sì, ma niente di che. Non ho neanche mai giocato in serie B. L’unica mia esperienza ad alti livelli fu proprio con l’Atalanta di Stromberg, un giocatore straordinario, ma soprattutto un grande uomo. Sì, è vero, a 15 anni sognavo di diventare come Altobelli ma non tutti i sogni si realizzano… E chissà che non sia un bene…».

Il calcio e il teatro, dunque: due passioni che Daniele ha voluto vivere appieno, senza risparmiarsi, con intraprendenza e coraggio. Forse il segreto è proprio questo, al di là dei risultati che si ottengono, degli obbiettivi più o meno alti a cui si aspira e delle delusioni che inevitabilmente si incontrano lungo il cammino.

Aaron Ariotti

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