Mercoledì 22 Gennaio 2014

Paoletta, a trent’anni dall’Oro

«Ho ancora la pelle d’oca»

Paola Magoni, campionessa di sci, Oro olimpico il 17 febbraio del 1984 a Sarajevo

Trent’anni e non sentirli. Il prossimo 17 febbraio si festeggerà un compleanno speciale in casa di Paoletta Magoni: eppure lei è nata a settembre, non ha figli, né nessuno in famiglia che spenga le candeline in quel giorno. O forse sì, perché c’è una vittoria diversa dalle altre, tanto da riuscire ad assumere connotati quasi umani. Il suo 17 febbraio è quello del 1984, quello di Sarajevo, quello della prima medaglia olimpica per un’italiana nello sci alpino.

La sua storia, per il mondo circostante, cominciò lì, mentre quella della Jugoslavia avrebbe dovuto ancora conoscere le pagine più cupe e drammatiche. Intanto, alla vigilia, abbiamo parlato con lei, che quest’anno festeggerà il proprio mezzo secolo di vita e che oggi è una signora gentile e un po’ timida che lavora in un negozio di articoli sportivi, a Lissone. Con un album dei ricordi speciale, come quello slalom.

Il suo oro olimpico compie trent’anni. Li porta bene?

«Mi rendo conto del tempo che è passato giusto perché sto invecchiando. Ma se penso a quel giorno, mi sembra ieri».

17 febbraio 1984, Sarajevo.

«Ogni momento è vivo nella mia memoria. Certe giornate si ricordano per sempre e mi capita di rivedere le stesse immagini più volte: la tensione tra le due manche, il cancelletto e poi la premiazione, con l’inno. Mi viene ancora la pelle d’oca».

Si rese subito conto di ciò che aveva fatto?

«Lo capii nei giorni successivi, di fronte a un interesse mediatico a trecentosessanta gradi: ero la prima sciatrice italiana a vincere un oro olimpico».

Quel trionfo se lo aspettavano in pochi. Lei?


«In Coppa del Mondo, avevo spesso sfoderato buone prestazioni, ma solo in una manche: sapevo che se fossi riuscita a reggere sui due round, i primi cinque posti sarebbero stati alla mia portata. Anche gli addetti ai lavori lo sapevano, mentre il pubblico è stato colto più di sorpresa».


Quarta dopo la prima manche: è a quel punto che alzò l’asticella?

«Sono sempre stata una persona determinata: in quel momento non ho pensato al podio, ma alla vittoria. Ero quarta, ma a sedici centesimi dalla prima, un’inezia: ho pensato che un’occasione così non mi sarebbe capitata mai più».

Ed è arrivato il trionfo. Come catalogarlo? Impresa? Favola?

«Nello sport non esistono favole: o ci sei o non ci sei. E direi che non è stata neanche un’impresa: diciamo che è stata la volta in cui ho dato il meglio di me, nella giornata giusta».

Un puzzle perfetto.

«Per ottenere una vittoria del genere servono tante componenti: un po’ fortuna, ma anche la testa giusta. Il talento da solo non basta, altrimenti tra le due manche avrei potuto perdere la testa».

L’Olimpiade è sopra ogni altra gara?

«Assolutamente. Ho partecipato anche a quattro Mondiali, ho vinto in Coppa del Mondo, ma le emozioni di un’Olimpiade sono un’altra cosa».

Ma perché si è ritirata così presto?

«Perché avevo cominciato presto. Ho smesso a ventisei anni, ma a sedici ero già in Coppa del Mondo: dopo tutto quel tempo ero stanca».

Ha mai pensato che, dopo quella vittoria, avrebbe potuto ottenere di più?

«Grosso rammarico non ne ho: forse avrei potuto ottenere qualcosa in più in Coppa del Mondo, ma tanti fattori me lo hanno impedito».

Il suo oro olimpico ha rotto il digiuno dello sci femminile azzurro, poi è arrivata l’era della Compagnoni. E ora?

«Si dice che la situazione non sia rosea, ma non sono del tutto d’accordo. Da ciò che vedo e da ciò che mi dice mio fratello Livio (allenatore di slalomiste e gigantiste italiane, ndr), abbiamo discrete potenzialità. Penso alla Brignone o alla Karbon».

Abbiamo qualche speranza di un nuovo colpo stile Magoni?

«Direi più di qualche speranza: le potenzialità ci sono, poi servirà imbroccare la giornata giusta, come è successo a me».

E le bergamasche?

«Goggia e Azzola le conosco poco, ma credo possano emergere a buoni livelli: Sofia deve recuperare da un brutto infortunio, che è sempre un problema».

Gli uomini invece?

«Siamo messi bene: Moelgg si sta finalmente rendendo conto che non gli manca niente e poi c’è Paris».

Ultima domanda: c’è ancora spazio per lo sci nella vita di Paola Magoni?

«Lavoro con lo sci, a livello commerciale. E poi vado a sciare regolarmente: una passione non può scomparire». Neanche trent’anni dopo il mito.

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