Al telefono le voci di chi non molla Su L’Eco di oggi le storie di speranza

Al telefono le voci di chi non molla
Su L’Eco di oggi le storie di speranza

Non c’è solo sofferenza nelle storie legate al coronavirus. Nella quarantena, storie di speranza e rinascita.

Zerotrentacinque. Il viaggio nel dolore comincia così. Perché questi tre numeri non rappresentano solo il prefisso di Bergamo. Purtroppo sono qualcosa di più. Una chiave che spalanca le porte a un mondo dove la quotidianità è un mix di angoscia e incertezza. Una finestra su un cortile stravolto dal virus. E allora schiacci questi tre tasti e qualunque sia il resto della sequenza, ormai la certezza è una sola: chi risponde, quando risponde perché purtroppo i numeri che suonano a vuoto non mancano, ha qualcosa di difficile da raccontare. Ma quasi sempre anche una speranza a cui aggrapparsi. E in fondo se qualcosa di bello e profondo in questa vicenda si può trovare è proprio questo.

La capacità dei bergamaschi di resistere, di andare avanti di fronte a una sofferenza inimmaginabile solo qualche settimana fa. Cambiano solo le sfumature e l’intensità. C’è chi non molla pensando e ripensando all’immagine felice di una vacanza che chissà quando e come potrà nuovamente ripetersi. E c’è chi, invece, dopo esser stato trascinato nell’abisso del dolore dalla scomparsa di un proprio caro senza nemmeno la consolazione di poterlo salutare, trova la forza di non mollare solo nella fede e nella consapevolezza che qualcuno è rimasto. C’è chi vive il viaggio della solitudine trovando però nello stesso nuove e sorprendenti energie. E c’è di resiste in una pseudo normalità famigliare fatta di compiti e smart working cercando ogni giorno la forza di affrontare quello successivo proprio in questa intimità forzata. Nessuno, in questo momento, però si sottrae al racconto. Perché tutti hanno una paura, un timore in questi giorni di «resistenza». E parlarne serve ad esorcizzarlo. Come se quello di elaborare questo enorme lutto collettivo fosse davvero un bisogno di tutti. «La gente – scriveva Isabelle Allende – muore solo quando viene dimenticata». Ricordare certi momenti, chi soffre e chi non c’è più allora, è forse già un piccolo strumento per uscire dal tunnel. Una sorta di catarsi da tentare anche se al telefono ci si trova a parlare con un perfetto sconosciuto.


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