Alessio Boni: «Vacciniamoci tutti per debellare il mostro del Covid»
L’attore Alessio Boni con il figlio Lorenzo tra le braccia in una diretta social nella primavera 2020

Alessio Boni: «Vacciniamoci tutti per debellare il mostro del Covid»

#iomivaccino, l’intervista all’attore bergamasco: «Il mio primo figlio nato quattro giorni dopo il passaggio dei mezzi militari a Bergamo: gioia e dolore insieme».

«Lorenzo, il mio primo figlio, è nato il 22 marzo 2020. Il 18 marzo il mondo aveva gli occhi puntati su Bergamo e sui mezzi militari che portavano via le bare dei morti a causa del coronavirus perché non c’era più spazio per seppellirli nei cimiteri. Credo basti dire questo per capire cosa ho provato durante la pandemia: un forte contrasto tra la gioia della nascita e la morte intorno a me, a noi».

Forse basta questo per capire perché Alessio Boni, attore di cinema, teatro, fiction, originario di Sarnico, continua a impegnarsi in prima persona per debellare il «mostro», come lo chiama lui, il Covid, quel virus che è entrato nelle nostre vite e non se ne vuole proprio andare. «È famelico – dice –, non se ne vuole andare, attecchisce appena trova un corpo in cui albergare. È per questo che, a mio avviso, dobbiamo vaccinarci tutti».

È a Milano che passeggia con Nina Verdelli, la compagna, e Riccardo, il loro secondogenito, di appena due settimane, e accetta volentieri di partecipare alla campagna #iomivaccino de «L’Eco di Bergamo». Forte il legame dell’attore 55enne con la sua terra e con quello che ha vissuto dal marzo 2020.

La domanda è d’obbligo: si è vaccinato?

«Certo, prima dose a maggio, seconda dose a giugno e sono già prenotato per la terza dose a dicembre. Ho scelto di affidarmi alla scienza, a chi ha studiato tanti anni per i progressi dell’uomo. Abbiamo viaggiato in mezzo mondo e di conseguenza ci siamo sottoposti a ogni sorta di vaccinazione, dalla malaria all’antirabbica. Figuriamoci se non mi vaccino contro il virus che sta scatenando la pandemia più potente dopo la peste manzoniana del Seicento. Dobbiamo debellarlo e lo possiamo fare solo tutti insieme, stringendoci le mani».

In questi giorni il governo ha introdotto un Super green pass che dà accesso ad alcuni luoghi di svago, come cinema e teatri, solo se vaccinati, che ne pensa?

«Rientro tra le persone che introdurrebbero per legge l’obbligo vaccinale pur di uscire dalla pandemia, ben venga un Super green pass che permette a chi rispetta le regole del vivere sociale di poterlo fare in tranquillità e mette qualche limite a chi, per libera scelta, non tutela se stesso e gli altri. Mi sento anche di dire che non è ancora il caso di abbassare la guardia: lo dico anche a chi è vaccinato. C’è molta leggerezza in giro. È meglio continuare a osservare anche norme di buon senso come l’uso della mascherina e il lavaggio delle mani. Anche il vaccino, che pure riduce i rischi di ospedalizzazione, non rende immuni dal contrarre il virus».

Ha avuto il Covid?

«No, sono sempre stato molto molto attento alle regole e anche le persone che mi circondano. Ma ho perso parenti e amici carissimi durante la pandemia. E continuo a perderli purtroppo: proprio ad agosto se n’è andato un mio caro amico. Non era vaccinato. Ricordo i nostri messaggi: “Dai che ti riprendi, forza”, ma così non è stato. Avremmo dovuto portare in scena delle letture danteste, e invece se n’è andato».

Che cosa direbbe a chi non si vaccina?

«Cerco di comprendere le loro posizioni, ma non capisco. Vorrei portare chi non è convinto a vaccinarsi a visitare la Terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Lo dico sempre ai miei amici non bergamaschi: vorrei che vedessero cos’è il Covid con i loro occhi, cosa significa. Il vaccino non debella, ma argina. Tutela noi ma non solo noi. È un gesto di rispetto per chi vive in una società e non isolato. Siamo animali sociali: alcune regole non ci piacciono, non piacciono a nessuno, ma servono per tutti, soprattutto per i più deboli».

Durante il lockdown ci teneva compagnia leggendo poesie con dirette social su Facebook e Instagram, che cosa ricorda di quel periodo?

«Era Nina la mia compagna, con il pancione, a fare le riprese. Era un modo per sentirci vicini agli altri nella distanza forzata. Per noi gioia e dolore sono convissuti con la nascita dei nostri figli, Lorenzo e Riccardo, in un periodo tanto assurdo. I miei genitori hanno visto per la prima volta loro nipote dopo tre mesi dalla nascita».

Si è anche impegnato molto per i lavoratori dello spettacolo con la campagna «L’arte è vita»...

«Ricordo che ero in scena con il don Chisciotte fino al 22 febbraio 2020 poi lo stop. Una tournée nei teatri interrotta a metà per un periodo non precisato. Un grosso danno economico non solo per i produttori ma per tutti i lavoratori dello spettacolo. Fortunatamente torneremo in teatro il 15 gennaio a Todi, sempre con il nostro don Chisciotte dopo quasi due anni. Non voglio nemmeno ipotizzare che si possa fermare tutto un’altra volta».

Ha appena terminato le riprese del film «Rinascere» sulla vita di Manuel Bortuzzo, il giovane nuotatore colpito da un colpo di pistola alla schiena e rimasto sulla sedia a rotelle. Lei interpreta il padre, Franco Bortuzzo, nella pellicola del regista Umberto Marino . Che cosa significa stare sul set in questo periodo?

«Credo che i set cinematografici siano super controllati. Nonostante io sia vaccinato mi sono sottoposto regolarmente al tampone ogni due giorni. Osserviamo regole ferree per non mettere a rischio la salute di tutti coloro che lavorano a una produzione cinematografica e anche perché siamo consapevoli dei danni economici di milioni di euro che comporterebbe bloccare le riprese per la presenza di un caso di Covid».

Il momento più bello dopo il lockdown?

«Una lettura degli Esercizi di stile di Raymond Queneau a Arte Sella: io e un terzetto d’archi straordinario – Mario Brunello, Danilo Rossi e Alessandro Quarta - davanti a un pubblico con mascherine, distanziato, quasi gelido, immobile, silenzioso. Erano le prime uscite dopo il lockdown. Poi alla fine l’applauso caldo, ho sentito lo spirito umano non congelato, è stata una vera emozione. Non c’era ancora il vaccino».

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Elena Catalfamo

Giornalista della redazione web de L’Eco di Bergamo

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