Case di riposo, 1.500 letti vuoti «Ci servono aiuti subito»

Case di riposo, 1.500 letti vuoti
«Ci servono aiuti subito»

I rappresentanti del settore a Regione e Ats: siamo in piena crisi ingressi bloccati, rette non pagate, spese esorbitanti e occupazione a rischio.

Il sistema delle case di riposo bergamasche, come quello delle altre province lombarde, era finito nell’occhio del ciclone un mese fa in occasione dell’apertura delle inchieste giudiziarie per le morti provocate dal coronavirus al loro interno. Ora che tutti si concentrano sulla «fase 2» e sulla riapertura delle attività commerciali, le strutture socio assistenziali per anziani orobiche hanno preso carta e penna per denunciare che, dopo l’emergenza sanitaria, una nuova crisi sta per abbattersi su di loro: questa volta di tipo economico amministrativo e occupazionale.

Le 65 case di riposo bergamasche accreditate in Regione Lombardia rappresentano infatti, oltre ad un presidio territoriale in cui vengono curate le fragilità, anche un settore economico non indifferente: dispongono di 6.196 posti (dati: sito internet Ats Bergamo) e al loro interno lavorano, tra dipendenti diretti, lavoratori di cooperative in appalto e collaboratori, oltre 7 mila persone. Il blocco agli ingressi disposto dal Pirellone a fine febbraio impedisce che i 1.500 letti rimasti vuoti da quel momento (mentre dall’inizio dell’anno il numero totale di decessi è di 1.998, 1.340 in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno) possano accogliere altri anziani; alla sofferenza umana provocata da questi decessi, si aggiungono ora le difficoltà finanziarie che tale situazione sta innescando, difficili peraltro da superare perché, in prospettiva, sarà necessario ricucire un rapporto di fiducia con le famiglie.

L’eccezionale gravità del momento è confermata da tutti i firmatari della lettera indirizzata ai vertici di Regione Lombardia e di Ats Bergamo: il documento è stato siglato unitariamente dalle organizzazioni sindacali di categoria (Fp-Cgil e Fisascat-Cisl), dall’associazione datoriale Uneba (Unione nazionale istituzioni e iniziative di assistenza sociale) e dalle associazioni di rappresentanza Associazione Case di riposo bergamasche e Associazione San Giuseppe. Nel testo si chiedono risposte e certezze sui dispositivi di protezione individuale (Dpi) come mascherine, camici e calzari; sui tamponi e sui controlli ai lavoratori e agli ospiti; sulla possibilità di realizzare percorsi interni differenziati; sulla formazione rivolta al personale; sui futuri ingressi di anziani e sulle visite di parenti, volontari e fornitori. «Fino ad ora – si legge nella lettera – la crisi occupazionale non si è ancora manifestata in pieno, poiché l’alto numero di malattie, contagi o messa in quarantena ha tenuto lontano dai posti di lavoro un certo numero di dipendenti». Tuttavia «con il rientro di lavoratori a cui assistiamo in questi giorni, non potrà che evidenziarsi in maniera seria un sovrannumero di personale rispetto alle ridotte esigenze lavorative del momento. Nessun nuovo ospite, per il blocco predisposto a contrasto di nuovi contagi, è più entrato nelle nostre Rsa da marzo. Inoltre, dobbiamo anche registrare il decesso di diversi cittadini anziani che erano in lista d’attesa nelle diverse strutture. Ancor prima di affrontare il rischio occupazionale, le Rsa stanno affrontando gli effetti di mancato pagamento di rette e spese esorbitanti per il reperimento dei Dpi. A Regione Lombardia e Ats chiediamo che si faccia di tutto per evitare di perdere posti di lavoro tra dipendenti che, fino a pochi giorni fa, venivano descritti come “eroi” per l’assistenza fornita a malati di Covid-19 e che ora rischiano di finir senza occupazione».

I rappresentanti dei lavoratori e quelli degli enti che guidano le case di riposo chiedono anche un’indicazione puntuale in merito alla gestione al proprio interno di casi Covid o all’eventuale loro trasferimento, se la permanenza non dovesse essere possibile in totale sicurezza. A tutto questo si aggiungono anche norme che penalizzano le case di riposo: nella lettera si cita, a proposito, il bando di Invitalia che, rivolto alle aziende interessate a chiedere un rimborso per le spese sostenute nell’acquisto di Dpi, ha escluso tutti gli enti no profit.


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