«Chiesa affaticata? Allarghiamo lo sguardo e ascoltiamo le famiglie»

«Chiesa affaticata? Allarghiamo
lo sguardo e ascoltiamo le famiglie»

Di rientro dal pellegrinaggio a Lourdes monsignor Beschi affronta i temi per dare senso alla ripartenza: «La fatica di reagire, non solo profitto, andare oltre le parrocchie, il ruolo dei laici, la famiglia più aperta»

Accendere un cero, bagnarsi alla fonte sacra, acquistare un ricordino. Sono gesti della semplicità di un pellegrinaggio, espressione di una devozione che nella Bergamasca ha radici ancora profonde. Forse più nascoste, meno solide e ramificate di un tempo, di certo ancora vive. Lo si è percepito nel viaggio a Lourdes di lunedì, organizzato dall’agenzia Ovet con il volo in giornata, insieme al vescovo Francesco Beschi, il quale traccia un bilancio di questa esperienza e illustra gli scenari che la Chiesa di Bergamo si trova ad affrontare con la ripartenza.

È stato il pellegrinaggio della ripartenza, il primo dopo la pandemia. Che significato ha avuto per lei e per la nostra diocesi?

«Ha avuto il significato di raccogliere l’esperienza vissuta in questi due anni, certamente un’esperienza di grande dolore. Non abbiamo dimenticato nessuno, né i nostri defunti, né i malati, né le famiglie che hanno sofferto, né i giovani. Quindi abbiamo portato con noi questo patrimonio umano di un’esperienza assolutamente unica che abbiamo vissuto insieme. E nello stesso tempo anche tutti gli aspetti positivi: la solidarietà e la vicinanza, l’aiuto reciproco. Ecco, questo primo pellegrinaggio portava con sé, insieme al bagaglio di attese e domande di grazia che molte persone mi hanno affidato, anche tutti questi sentimenti».

Si è percepita tra i pellegrini una sete particolare. Un desiderio di sapere il perché di tanta sofferenza e di ricevere una risposta su come tornare alla vita di sempre.

«Cercavano un senso, ma soprattutto una presenza. La presenza del Signore. Il pellegrinaggio è sempre un andare incontro, un riscoprire, il ritrovare il Signore. In particolare, qui a Lourdes, ciò avviene attraverso la persona di Maria. Per me è stato molto importante. Devo ammettere che lo attendevo ma non mi aspettavo una risposta così numerosa. Sembrava che tutti quanti i partecipanti convergessero nel desiderio non solo di ripartire, ma di dare un senso alla ripartenza».

Non ci sono dubbi che nel viaggio di rientro il cuore e la fede fossero rinvigoriti. Glielo si leggeva in volto ai pellegrini. Ma ora come si può trasmettere questa positività, questa risposta di senso e di ripartenza nelle nostre parrocchie?

«Innanzitutto confermo che, nella sinteticità del viaggio in giornata, è stata un’esperienza molto intensa. Tra l’altro, dentro la cornice di una splendida giornata di sole, che a Lourdes il clima dei Pirenei non regala così spesso. Quanto alla modalità di trasmettere questa positività, io la collego all’esperienza che sto vivendo della visita pastorale, che ho chiamato pellegrinaggio e mi porta in tutte le comunità. A Lourdes ho raccolto le fatiche da parte delle persone, sofferenze familiari non di poco conto legate anche al covid, molto al covid, ma non solo al covid. Ebbene, questa esperienza, comunque contenuta, io la vedo anche in maniera più ampia nel viaggio che sto facendo tra le nostre parrocchie. Parrocchie che stanno da un verso registrando delle fatiche - penso ai numeri di partecipazione che diminuiscono -, e dall’altro vedono persone reagire, ricominciare. Pur nella fatica, perché bisogna riconoscerlo, riconoscono in se stesse - soprattutto per ragioni spirituali, perché stiamo parlando di parrocchie - una disponibilità, una decisione che mi ha veramente colpito. Quindi stiamo proprio in mezzo a questo: non si può negare la fatica, la paura, qualche volta anche la rabbia, e nello stesso tempo non si può negare che ci sono persone che hanno in qualche modo reagito, a partire da qualche cosa di interiore, non solo lavorando, ritornando a fare quello che facevano prima. È questa la positività dalla quale la nostra Chiesa di Bergamo deve ripartire, sia dalla riposta di senso dei pellegrini sia dalle famiglie delle nostre parrocchie».

Non c’è il rischio che nella Bergamasca la ripresa venga in gran parte interpretata con un’accezione economica, scordando velocemente quella fragilità vissuta in pandemia quando ci è apparso molto chiaro che il profitto non poteva essere l’unico senso della vita?

«Quello che ha appena detto è verissimo, il rischio c’è, anche se per certi versi grazie agli uomini che hanno questa determinazione nel campo del lavoro e dell’economia c’è un importante contributo alla sicurezza sociale. Nello stesso tempo però, pur non essendoci più l’emergenza, e quindi quel convergere di solidarietà che abbiamo dimostrato, vedo che le persone della Bergamasca avvertono l’importanza di relazioni significative. È vero, i bergamaschi sono più persone di lavoro che di sdolcinature, eppure donne, uomini, giovani e vecchi danno l’impressione di aver colto e conservato l’importanza di relazioni significative. Quindi bene il lavoro, grazie a Dio, ma c’è anche bisogno e desiderio dell’incontro con gli altri, di vivere la comunità in tutti i suoi aspetti. Non è impresa facile in questo momento, però io avverto che questa attesa c’è».

Lei a Lourdes, durante l’omelia nella Messa alla grotta, ha esortato tutti a rallegrarsi, a recuperare positività e ad affidarsi. Anche alla Chiesa, a volte appesantita e sfiduciata. Perché la Chiesa appare così affaticata? Cos’è che non va? Di che cosa ha bisogno la nostra Chiesa di Bergamo per ripartire?

«Io sto dicendo nel mio pellegrinaggio pastorale che siamo troppo concentrati sulle cose nostre e non vediamo più il Signore che è presente anche fuori dalle nostre cose. Io sono felicissimo di una famiglia che educa i suoi figli e che è serena di vivere l’esperienza parrocchiale, dell’oratorio. Però nello stesso tempo sono contento nel vedere, fuori dalla vita parrocchiale, la presenza misteriosa di Dio in una famiglia che ha un problema di lavoro, ha un nonno anziano non autosufficiente e lo cura con amore, ha un figlio che sta facendo tribolare e non lo abbandona. Ecco io credo che noi, Chiesa e parrocchie, dobbiamo allargare lo sguardo. Se continuiamo a tenerlo concentrato sulla vita parrocchiale, sulla vita della Chiesa, eh beh... i numeri diminuiscono, le persone non si vedono più, i giovani scappano. È tutta una cosa che veramente ti deprime. In realtà noi raccogliamo un dono che è tutt’altro che una depressione, dobbiamo lasciarci illuminare lo sguardo. Qualcuno mi ha detto: ma è un po’ comodo che tu, siccome in casa le cose non vanno bene, esci e dici quanto bene c’è fuori. Sì, è vero, ma io credo che non sia una cosa da sottovalutare o da giudicare sbrigativamente come un alibi».

Sta dicendo che nella nostra Chiesa, da sempre caratterizzata da un clero numeroso e importante, dovremmo vedere realizzato un po’ più di Concilio Vaticano II? È arrivato il tempo dei laici? Non solo stare ai margini, all’ombra del parroco, ma la responsabilità di prendere per mano la Chiesa?

«Sì, penso che questo sia il futuro. Dobbiamo proprio entrare in questa prospettiva. Ma attenzione, non è un futuro di supplenza, non è: siccome non ci sono più i preti, dobbiamo chiamare in gioco i laici. Lo vedo, ad esempio negli oratori, che è uno dei fronti sui quali i preti giovani diminuiscono - anziani siamo ancora in tanti -; se immaginiamo di sostituire il prete dell’oratorio con un’altra figura pensando che sia la stessa cosa, non si va lontano. È vero, ci sono persone molto più brave di noi nel fare tante cose. Il punto è che da una parte c’è un prete e dall’altra c’è un laico, sono due figure diverse, allora abbiamo intuito che la forza del laico innanzitutto è che il laico faccia il laico e quindi sia competente di quelle cose che appartengono alla vita di tutti, da cristiano. Il contributo che dà alla Chiesa, alla vita della parrocchia, è un contributo che assume molto i connotati di una comunità, non un laico solo, ma la comunità dei laici. Io credo che noi sacerdoti, con fiducia, dobbiamo metterci al servizio di questa comunità di laici».

A proposito di partecipazione, in sintonia con il Papa, lei ha annunciato l’avvio del cammino sinodale.Come si concretizzerà?

«Io ho detto molto chiaramente che, per quest’anno, un punto di forza del cammino sinodale sarà il pellegrinaggio pastorale. Perché dico questo? Perché io sto ascoltando, io vado nelle parrocchie e ascolto, quindi è una raccolta, poi restituisco. Un’altra scelta che ho fatto è quella di investire tutte le associazioni del mondo cattolico. A volte sono anche esigue, però le associazioni hanno ancora una parola da dire nei diversi ambiti dell’esistenza, della vita, delle professioni, allora affido loro questo compito di raccogliere e di offrire, al vescovo prima, poi alla chiesa, la loro esperienza di cristiani impegnati nei diversi ambiti. Ma devono andare oltre i loro ambiti. Faccio un esempio. Sul posto di lavoro un credente ha accanto un non credente, ecco può chiedere al collega: ma tu cosa pensi di questa cosa? Con questo metodo di ascolto si attua ciò che dice il Papa, cioè superare nella propria missione di cristiano i confini della Chiesa e dei credenti. In questo primo anno io mi muoverei così, poi penso che avremo anche più tempo per poter individuare qualche punto sul quale impegnarci maggiormente».

Ultima domanda sulla famiglia, visto che lei ha scritto una lettera su questo argomento che sarà al centro dell’anno pastorale . È il sistema famiglia che non funziona più o è il sistema che non permette alla famiglia di funzionare?

«Io non vorrei essere troppo semplicista. Inoltre, proprio su questo tema, bisogna ascoltare molto chi la famiglia l’ha fatta. Io ho avuto una bella famiglia, sono nato in una bella famiglia ma non ho fatto una famiglia e quindi bisognerebbe sentire chi ha fatto famiglia. Io ho una mia idea e qualcuno può pensare che sia troppo essenziale, addirittura semplificatoria. La mia idea è che in questi anni tutti siamo andati nella direzione di fare della famiglia un affare privato. Per me questo è il peccato originale. Perché la famiglia è senz’altro un fatto personale, molto personale, ma non è un fatto privato. Nel momento in cui si privatizza la famiglia, la s’indebolisce inevitabilmente. Quindi lo sforzo, non facile, deve essere quello di creare un tessuto familiare che superi i propri confini. Io lo sto dicendo alle famiglie di superare i confini perché altrimenti il rischio - per usare una parola grossa - dell’implosione della famiglia è in agguato. Non la famiglia che cura soltanto se stessa, ma la famiglia insieme alle altre famiglie può rappresentare veramente il futuro della famiglia».


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