È morto Gianni Mura, aveva 74 anni L’ultima intervista rilasciata a L’Eco

È morto Gianni Mura, aveva 74 anni
L’ultima intervista rilasciata a L’Eco

Notissimo giornalista e firma di Repubblica, per 50 anni ha raccontato con uno stile personalissimo lo sport italiano. Leggi l’ultima intervista rilasciata a L’Eco di Bergamo il 10 marzo prima della sfida contro il Valencia.

Lutto nel mondo del giornalismo. E’ morto all’età 74 anni, stroncato da un attacco cardiaco, il giornalista Gianni Mura, firma storica di Repubblica. Mura si è spento questa mattina all’ospedale di Senigallia, in provincia di Ancona.

Memorabili le sue cronache su calcio e ciclismo ospitate dal quotidiano fin dal 1976. Restano nella storia del giornalismo i suoi racconti dal Tour de France e dal Giro d’Italia. Nato a Milano nel 1945, ha dato alle stampe 4 libri, il più noto dei quali il romanzo «Giallo su giallo» vincitore del Premio Grinzane.

Ecco l’ultima intervista rilasciata a matteo Spini per L’Eco di Bergamo del 10 marzo scorso prima della sfida dell’Atalanta in Champions contro il Valencia.

Dopo la qualificazione all’eliminazione diretta, aveva definito l’Atalanta «felicemente operaia». Gianni Mura, storica e raffinata penna de «La Repubblica», argomenta quel concetto, introducendo il ritorno degli ottavi con il Valencia: «Avevo usato quell’espressione anche per il Verona scudettato di Bagnoli: è la sublimazione del gioco del calcio, tutti si adattano a fare tutto. L’Atalanta è il nuovo Ajax: arriverà ai quarti e poi chissà, ma di certo farà sempre bella figura».

I quarti sono cosa fatta?

«L’Atalanta è vicinissima. Non può festeggiare in anticipo, ma al 99% ha la qualificazione in tasca. I nerazzurri sarebbero stati favoriti anche in caso di 1-0 all’andata, figurarsi con un 4-1 bello e rotondo. Anche se il risultato di San Siro va soppesato rivedendo la partita: l’Atalanta avrebbe potuto segnare anche otto gol, ma avrebbe potuto pure subirne tre o quattro, se il Valencia avesse avuto un centravanti più preciso. Avrebbe potuto finire diversamente, ma sempre con una vittoria nerazzurra».

Quali sono le trappole da evitare al ritorno?

«Gli stadi spagnoli sono caldi, anche il Mestalla, ma tre gol di vantaggio sono un bel patrimonio. L’Atalanta non dovrà prendere l’imbarcata nella prima mezz’ora e non perdere la testa. Ma non mi aspetto che succeda: questa squadra ha un gioco definito, che esprime indifferentemente in casa e in trasferta, e una faccia, che le ha dato il suo allenatore».

Quali armi ha l’Atalanta?

«Un gol riesce sempre a segnarlo: questa è la vera eredità. E in contropiede sa essere micidiale, grazie ai suoi gioielli e ai suoi gregari di lusso, gli Hateboer e i Gosens: non è un caso, se sono stati decisivi nelle partite chiave».

All’andata è stato un Valencia sottotono.

«Ha pagato le assenze e i gravi errori sotto porta. Anche l’Atalanta ha sbagliato qualcosa, ma non ha niente da rimproverarsi, perché da centrocampo in su ha giocato una partita eccezionale. E poi ci sono i segnali del cielo: se Ilicic fa gol di destro…».

All’Atalanta gira tutto per il verso giusto?

«Si è qualificata con un basso punteggio e ha trovato una rivale soft negli ottavi. Sono segnali da prendere e portare a casa: vanno considerati ottimi compagni di viaggio».

Viaggio fin dove?

«Per cominciare ai quarti, poi dipenderà dal sorteggio: va bene l’ottimismo, ma ci sarà anche da fare i conti con certe grandi squadre. Se l’Atalanta uscisse con il Liverpool, però, non sarebbe un disonore: e sono sicuro che farebbe comunque bella figura, perché questa non è una squadra che si fa asfaltare facilmente. L’Atalanta è l’Ajax di quest’anno».

Il Liverpool è la squadra imbattibile?

«L’ultima versione non mi sembra irresistibile: Salah non indovina più un dribbling. La più debole agli ottavi è il Chelsea, ma è difficile indicare la più forte: direi che l’Atalanta non deve augurarsi le tedesche. Il Bayern è una macchina da calcio e il Borussia ha un Haaland straordinario».

Ha definito l’Atalanta «squadra felicemente operaia»: è un complimento?

«Eccome. Avevo usato quell’espressione per il Verona dello scudetto: è la sublimazione del gioco del calcio. Ogni giocatore si adatta a fare tutto e il suo capitano incarna l’operaismo: Gomez fa l’attaccante, il terzino, il mediano».

È lui l’uomo in più?

«Ci sono lui e Ilicic, che ora è molto più continuo di un tempo e partecipa di più al gioco: un ballerino alto 1,90. L’Atalanta non ha un Cr7, comunque, la sua forza è in tutti gli altri bravi soldatini: gli ex sconosciuti come Hateboer, Freuler, Gosens, Castagne. Se devo scegliere un solo nome, dico de Roon: è fondamentale per l’equilibrio, è uno dei più efficaci a rubare palla e il disimpegno passa da lui».

E Zapata?

«Aspettiamo la sua migliore versione, quella che abbiamo ammirato prima dell’infortunio. Intanto è utile anche quando non gioca: senza centravanti, l’Atalanta non dà punti di riferimento. Gasperini non è impazzito quando l’ha tolto, perché ha reso meno prevedibile il gioco. Contro il Valencia l’assenza di un centravanti è stata una mossa decisiva: se a due centrali scarsi togli un riferimento, vanno in tilt».

Questa Atalanta ricorda quella della cavalcata in Coppa delle Coppe?

«Io c’ero con il Malines: quella squadra, con il totem Stromberg, fece una bella strada. La costante sono gli ottimi allenatori, Mondonico e Gasperini: questa Atalanta può avvicinarsi».

Una volta ai quarti vedremo il sorteggio, ma uscire con una big non è un disonore»


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