«Furgone rapisce bimbi», social scatenati Ma non era vero. Il proprietario: è assurdo

«Furgone rapisce bimbi», social scatenati
Ma non era vero. Il proprietario: è assurdo

Nei giorni scorsi è rimbalzato su Facebook e su WhatsApp un messaggio audio partito dal Veneto. Oggetto: un furgone bianco dall’aspetto molto particolare, a bordo del quale, si diceva, c’era un uomo che adescava bambini. Ma non era vero e il proprietario del furgone ha scritto una lettera aperta per raccontare la sua testimonianza: «La gente fotografava il mio furgone agli incroci e postava le foto, serve più attenzione nell’uso dei social network».

Un caso emblematico, che fa riflettere sulla velocità con cui si propaga un appello non verificato sui social network e sui danni che può provocare. Molti utenti nei giorni scorsi hanno ricevuto un messaggio vocale in cui una mamma avvisava i genitori di prestare attenzione a un furgone bianco, perché a bordo c’era «un pedofilo». Il furgone bianco era ben riconoscibile non solo per il colore, ma anche per alcune decorazioni, così il proprietario si è sentito chiamato in causa ed è intervenuto con una lettera pubblicata su Il Mattino di Padova. La vicenda è stata rilanciata anche sulla pagina Facebook della polizia di Stato, «Una vita da social», sempre molto attenta a questi argomenti.

AVVISO:Molti utenti nei giorni scorsi ci hanno segnalato un messaggio vocale diventato poi virale,messaggio di una mamma...

Pubblicato da Una vita da social su Martedì 1 marzo 2016

«Sono un cittadino di Sant’Angelo di Piove, paese dove sono nato, cresciuto e dove mi sono sposato – si legge nella lettera –. Sono un padre innamorato della propria famiglia e come tale credo fermamente che i bambini siano anime innocenti da proteggere e preservare. Sono anche un onesto lavoratore e un appassionato del Car Tuning (customizzazione di auto), passione che condivido con la mia famiglia e che ci porta ad esporre il nostro furgone customizzato in parecchi auto-raduni in giro per il Veneto».

«Nei giorni scorsi – prosegue – proprio per le particolari caratteristiche estetiche del mio furgone, si è creata una spiacevole e grave situazione per me e la mia famiglia. Sabato 20 febbraio mentre transitavo nel centro del paese in cui abito ho notato che due bambini, incuriositi dalla tipologia del mio furgone, mi gesticolavano a mo’ di saluto, assolutamente non ho posto alcuna attenzione nei loro confronti e ho proseguito la mia marcia facendo rientro a casa».

«Incredulo e scioccato, nella mattinata di lunedì 22 febbraio sono venuto a conoscenza da mia moglie che su Whatsapp e in seguito su tutti gli altri social, stava girando un messaggio vocale con il quale una mamma di Sant’Angelo di Piove segnalava un potenziale adescamento a danno di minori e la descrizione del mezzo e del conducente erano quelli del mio veicolo. Così mi sono recato subito alla stazione dei carabinieri di Piove di Sacco, dove mi hanno confermato la segnalazione fatta alla stessa stazione dai genitori dei bambini. In presenza sia dei carabinieri che dei genitori è stato chiarito il malinteso: tutto è nato da una bugia raccontata dai loro figli chissà per quale motivo, amplificata mediaticamente dal messaggio vocale diventato fortemente virale nei social network».

«L’errato allarmismo in Whatsapp, Facebook e perfino in qualche quotidiano on-line, era partito quindi prima della fine delle indagini delle forze dell’ordine. Inoltre nel weekend, a mia totale insaputa, il mio furgone (con targa ben in vista e con me e la mia famiglia all’interno), vista la sua particolarità, è stato più volte riconosciuto e fotografato ad incroci e semafori, e le foto sono state poi postate nei social network con commenti e appellativi nei miei confronti tutt’altro che piacevoli. Ovviamente la mia estraneità nei fatti è totale e chiarita fin dal principio, ma mi sono ritrovato in una situazione in cui nessuno vorrebbe essere».

«A causa dell’utilizzo smodato, superficiale e senza scrupoli di un social network, la mia persona è stata infangata da un’accusa infamante che ha fatto nascere la “caccia ad un’orco del Piovese” che non c’era e che ha messo in pericolo tutta la mia famiglia, oltre a disonorare il nostro buon nome. È imperdonabile e inaccettabile che la vita di qualcuno venga diffamata e saccheggiata e poi pensare che qualche parola di scuse sia sufficiente per far tornare tutto come prima. In questi giorni ho ricevuto la solidarietà di molte persone del paese che hanno saputo della mia bruttissima esperienza, ringrazio le forze dell’ordine, il sindaco e il parroco di Sant’Angelo per il supporto e la collaborazione».

«Concludo – si legge nella lettera – sperando che quello che mi è successo serva a far capire che l’utilizzo dei social network deve essere fatto con coscienza, responsabilità e discrezione, specie quando si tratta di altre persone… Basta poco per rovinare la vita di qualcuno, e poi non è più sufficiente la scusa dello scherzo di cattivo gusto o del “non pensavo succedesse tutto questo”».


© RIPRODUZIONE RISERVATA