La zona rossa mai arrivata in Valseriana Cosa è successo dal 23 febbraio ad oggi
I carabinieri all’ospedale di Alzano

La zona rossa mai arrivata in Valseriana
Cosa è successo dal 23 febbraio ad oggi

La ricostruzione dei fatti dall’inizio dell’emergenza fino alle dichiarazioni di ieri di Borrelli: «Adottate misure adeguate e proporzionate».

Venerdì 7 marzo, all’alba, trecento tra poliziotti e carabinieri sono pronti ad entrare in azione per sigillare i paesi di Nembro e Alzano Lombardo. Alle 9 di mattina nelle chat si parla di transenne già ai lati delle strade, di barriere Jersey a bloccare i confini, come a Codogno. In quell’infinito venerdì invece non succede nulla. Il via libera alla zona rossa non arriva e non arriverà mai.

Cosa è successo in quei giorni così tesi per la provincia di Bergamo? La priorità, ora, è affrontare l’emergenza. Capire come debellare questo virus che nei paesi più colpiti ha spazzato via un’intera generazione. Sostenere medici e infermieri - dentro e fuori gli ospedali - che stanno pagando a caro prezzo la lotta incessante al coronavirus.

Il bisogno di risposte però esiste e si fa largo tra i cittadini, soprattutto tra coloro che hanno perso persone care. Ieri è arrivato un primo chiarimento, pur parziale, dal capo della Protezione civile Angelo Borrelli, che sulla mancata zona rossa spiega: «Le misure sono state adottate dal governo in ossequio a quelli che sono i principi di proporzionalità e adeguatezza. Credo che le misure che sono state adottate siano state le più appropriate in un momento storico nel quale si poneva quella decisione».

E alla domanda in merito a eventuali pressioni risponde con un classico «non mi risulta». «Mi risulta che la decisione sia stata presa sulla base di quelle che erano le esigenze organizzative di controlli e omogeneizzazione delle misure a livello nazionale e tra le regioni interessate».

Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli

Il capo della Protezione civile Angelo Borrelli

Tra chi, già nei giorni caldi, si era espresso con forza a favore della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro c’è Gianni Rezza, direttore del dipartimento di malattie infettive dell’istituto superiore di sanità. Quasi un mese fa spiegava che «quando in un paese c’è un’incidenza così elevata e c’è mobilità di popolazione i provvedimenti vanno presi».

Era convinto allora - quando i contagiati erano 74 a Nembro e 35 ad Alzano - ed è ancora più convinto adesso. «Quando è stato dato il via libera alla zona rossa a Codogno si può dire che a livello nazionale c’era la politica delle zone rosse. È stata decisa lì, in provincia di Lodi, ma c’erano altre province che meritavano di essere considerate zona rossa. Il caso di Bergamo è stato preso in esame. Personalmente sono stato sempre favorevole e rimango favorevole dove ci sono hotspot di trasmissione. Sono state fatte scelte diverse, cioè una zona arancione allargata a tutta la Regione e poi al resto d’Italia. Ha dato i suoi frutti, ma localmente non so cosa sarebbe potuto cambiare». Difficile dirlo, anche con il senno di poi.

Per capire meglio la successione dei fatti è bene partire dall’inizio. Domenica 23 febbraio l’ospedale di Alzano Lombardo, il «Pesenti Fenaroli», viene chiuso dopo l’accertamento di un caso positivo al «Covid-19» nel pronto soccorso, poi trasferito all’interno dell’ospedale. Viene riaperto nella serata della stessa domenica, dopo qualche ora di stop. Quando si sono verificati i primi contagi? Alcune testimonianze - tra cui quella di Francesco Zambonelli, che ha perso entrambi i genitori e che ha scritto una lettera pubblicata il 24 marzo su L’Eco - confermano che alcuni pazienti hanno cominciato ad accusare sintomi nei giorni precedenti al primo caso ufficiale. Un’ipotesi che, se verificata, potrebbe spiegare l’inizio del focolaio nei due paesi e all’interno dello stesso ospedale, dove oltre ai tanti decessi, si sono ammalati anche molti medici e infermieri.

L’ospedale di Alzano Lombardo

L’ospedale di Alzano Lombardo

Due giorni dopo la chiusura lampo dell’ospedale di Alzano si inizia a parlare di zona rossa. Il primo lanciare l’ipotesi è l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, mercoledì 25 febbraio: «Dalla Val Seriana arrivano numeri non trascurabili, ma è presto per dire se si tratti di un vero focolaio o se invece i casi siano tutti legati al contagio di un medico del pronto soccorso di Alzano. Stiamo ancora valutando».

Due giorni dopo, il 27 febbraio, lo stesso assessore spiega che «c’è un tema bergamasco su cui stiamo ragionando. È l’area di Alzano Lombardo. I tecnici stanno verificando e valutando se c’è questa necessità o se il tema dell’isolamento sia sufficiente». Sono i giorni in cui si levano tante voci preoccupate per le conseguenze del blocco totale dei due paesi, soprattutto per le eventuali ripercussioni su uno dei territori più industrializzati della Bergamasca.

I giorni cruciali però sono tra il 2 e il 5 marzo, quando l’Istituto superiore di sanità valuta il caso Alzano e Nembro e dà il via libera alla chiusura, come confermano le parole di Gallera durante la conferenza stampa del 5 marzo: «L’Istituto superiore di sanità ha detto che sarebbe opportuno che una zona della Bergamasca diventi zona rossa. Anche noi siamo di questa idea, ma la decisione finale tocca al governo che dovrà allertare le forze armate e la prefettura».

Il centro di Nembro

Il centro di Nembro

In che modo l’Istituto superiore di sanità ha manifestato la necessità di creare una zona rossa? È sempre Gallera a rispondere in un’intervista rilasciata a «Sono le 20» sul canale 9: «Il mercoledì della seconda settimana (4 marzo, ndr), insieme all’Istituto superiore di sanità abbiamo evidenziato un focolaio nella zona di Alzano Lombardo e Nembro. Abbiamo, io personalmente insieme al presidente dell’Iss Brusaferro, condiviso la necessità di una zona rossa in quell’area. Il presidente Brusaferro ha inviato un documento, almeno così ha detto a me, e poi abbiamo atteso. Abbiamo atteso giovedì, abbiamo atteso venerdì. Poi questo governo non ha assunto questa decisione».

Sul documento di cui parla l’assessore, Rezza non si sbilancia, ma assicura che «l’ipotesi di zona rossa è stata presa sicuramente in esame. Dopo non so a che livello sia stata valutata – continua il direttore dell’Iss –. Il punto è che a livello nazionale è stata fatta la scelta di elevare le misure di guardia a tutto il paese ed è stata abbandonata la politica delle zone rosse che poi è stata ripresa invece da ordinanze regionali. Sono intervenute le Regioni».

In Emilia Romagna, nel Lazio e in Campania e Sicilia, considerata l’indecisione del governo, è stata applicata la legge 833 che consente al «presidente della giunta regionale o al sindaco» di emettere «ordinanze di carattere contingibile ed urgente, con efficacia estesa rispettivamente alla regione o a parte del suo territorio comprendente più comuni e al territorio comunale».

Impossibile dire, anche per un esperto come Rezza, cosa sarebbe successo se governo o regione avessero varato una zona rossa in Valseriana. «Non si possono avere certezze. Magari la diffusione avrebbe subito un freno, ma non è da escludere che in un hotspot di trasmissione così elevata, a ridosso di una grande città come Bergamo, il contagio fosse in fase avanzata».


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Isaia Invernizzi

Giornalista professionista, lavora a L’Eco di Bergamo dal 2016. Redattore della cronaca cittadina dal marzo 2019 dopo tre anni in redazione web. Amante dei dati in tutte le loro forme.

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