L’infermiera eroina quando salva le vite Poi offesa dai vicini al rientro a casa
Un’infermiera alla fine del turno di lavoro (Foto by ansa)

L’infermiera eroina quando salva le vite
Poi offesa dai vicini al rientro a casa

Marica è in prima linea contro il virus alle cliniche Gavazzeni. Ma quando torna a casa gli inquilini del palazzo la evitano per paura del contagio.

«Dopo il turno in ospedale, fa male tornare a casa e avere il pensiero che ci siano persone che hanno paura di te perché sei un’infermiera». È giovane Marica B. (omettiamo il cognome per evitare ulteriori problemi coi vicini), e da circa un mese è in prima linea alle Cliniche Gavazzeni per curare le persone affette da Covid. È una di quelle persone che, mentre sono dentro la struttura, vengono definite «eroi», anche se è un termine che non le piace («non ci sentiamo così, abbiamo sempre fatto il nostro lavoro con impegno. Certo, ora è più difficile»).

Un alloggio vicino al lavoro

Ma, verso la fine di marzo, dopo essersi trasferita in un appartamento in Borgo Santa Caterina, si è trovata a vivere una situazione particolarmente difficile. Facendo orari particolari, intorno al 10 marzo ha lasciato la casa dei genitori per spostarsi in quella del fratello. Circa dieci giorni dopo ha incrociato l’anziana vicina: «Indossavo, come sempre, la mascherina – spiega – e sono rimasta a distanza. Le ho detto chi fossi, che sono infermiera e della mia scelta di trasferirmi lì». Da quel momento non ha più incontrato la signora, ma il fratello ha ricevuto diversi messaggi da parte della figlia di lei «che chiedeva che io transitassi il meno possibile negli spazi comuni, e diceva che se la madre si fosse ammalata ci avrebbe ritenuti responsabili».

Parole che l’infermiera non immaginava di potersi sentir rivolgere. «Indosso sempre la mascherina fuori casa e uso il gel igienizzante per le mani sia prima sia dopo aver toccato la maniglia del condominio». Marica B., si è trovata così a essere tra chi da un lato viene innalzato come esempio di coraggio per quanto fa in corsia, e dall’altro a essere discriminata proprio per il suo lavoro. Ma, sebbene abbia sofferto per questo atteggiamento, non ha parole negative per la figlia dell’anziana.

«Mi metto nei suoi panni e capisco che possa avere dei timori», ha affermato. Sottolineando poi che, soprattutto i sanitari, sanno usare tutte le accortezze per evitare qualsiasi eventuale rischio di diffusione del virus.

Dalla sala operatoria al covid

La giovane infermiera, prima dell’inizio dell’emergenza, lavorava in sala operatoria. Il suo settore era l’ortopedia. Poi, le è stato chiesto se fosse disponibile a spostarsi, con urgenza, nel reparto sub-intensivo. Lei ha subito accettato. Lavorava e tornava a casa dei genitori, da cui cercava di stare il più possibile a distanza. Il trasferimento nell’abitazione del fratello era già previsto, ma è stato anticipato di qualche settimana. I turni sono pesanti, e gli orari particolari. Marica B. racconta dei 25 posti letto del Pronto soccorso pieni, dei pazienti che faticano a respirare. Persone arrivate con un quadro di polmonite e che spesso, in poche ore «scompensavano» nonostante l’intervento medico. Ora «da qualche giorno la situazione sta migliorando – racconta con sollievo – e iniziano anche a esserci posti letto liberi», che significa che si sono ridotti gli accessi. Una piccola scintilla di speranza, ma il lavoro dei medici e degli infermieri prosegue senza sosta per curare chi ha bisogno. E, quando finiscono il turno, meritano lo stesso rispetto e gratitudine che gli si riserva a distanza, mentre sono impegnati dentro gli ospedali nel cercare di salvare vite.


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