Lombardia, il rischio dovuto ai casi numerosi Il virologo Pregliasco: «In Italia due virus»

Lombardia, il rischio dovuto ai casi numerosi
Il virologo Pregliasco: «In Italia due virus»

Il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco «In Italia due virus: da noi è arrivato dalla Germania, al Centro Sud dalla Cina».

L’ aumento di trasmissione del virus in Lombardia ha una probabilità «moderata», ovvero più elevata rispetto alla stragrande maggioranza delle altre regioni dove l’ indice è «basso». Questo è il dato che emerge dal monitoraggio voluto dal ministero della Salute e dall’ Istituto superiore di sanità. La Lombardia è purtroppo un passo avanti agli altri, insieme a Umbria e Molise. Il terzetto suona anomalo, perché nelle due regioni dell’ Italia centrale non si è registrata un’ ecatombe di contagi come da noi. «Sono due situazioni diverse - spiega il virologo Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’ Irccs Istituto ortopedico Galeazzi di Milano e ricercatore di Igiene generale e applicata all’ Università degli studi di Milano -. Molise e Umbria sono a probabilità moderata per le situazione di focolai da tenere sotto controllo.

La Lombardia invece per la presenza di casi. Non elevata attualmente, perché si sta comunque mantenendo bene, però la nostra regione contribuisce anche oggi con la metà dei nuovi casi registrati su tutto il territorio italiano».

Ma questa «moderata probabilità» dipende dal fatto che in Lombardia ci sono ancora molti casi?

«C’ e anche una quota di soggetti che ora vengono riscontrati, anche se non sono nuovi casi in senso stretto, e cioè come data di insorgenza, ma sono stati rilevati grazie a una sistematica individuazione di casi nelle Rsa e in soggetti che erano già magari in quarantena».

Risultano dunque più contagi perché si fanno più tamponi rispetto a prima?

«Si fanno 12 mila tamponi al giorno, ormai è un’ attività che ha una certa sistematicità».

E i test sierologici? Servono?

«La sierologia ha soprattutto un’ importanza epidemiologica, potrà servire a capire quale è la diffusione. Quindi penso che scopriremo come mai dalle vostre parti c’ è un 15% della popolazione colpito, mentre in altre zone d’ Italia sarà limitato al 3-5%».

Visto con l’ occhio del profano: non è che la geografia di questo virus c’ entri col clima? E cioè, s’ è propagato di più dove fa freddo e meno dove fa caldo?

«No, se non si è diffuso da altre parti è stato per l’ effetto del lockdown. Del quale noi in Lombardia purtroppo abbiamo usufruito, non dico in ritardo, ma quando la diffusione in comunità era molto elevata. I dati regionali della Lombardia, riferiti a quelli notificati dal 21 febbraio, dimostrano come certi soggetti fossero già malati dal 26 gennaio. Noi abbiamo avuto l’ epicentro di una diffusione che si è propagata in tutta la comunità».

Tutto è dunque partito da Codogno?

«Ci sono due tipi di virus che circolano, simili per caratteristiche ma geneticamente individuabili: nel Centro-Sud è arrivato dalla Cina direttamente; quello lombardo dalla Germania, dove era arrivato sempre dalla Cina».

Capitolo tamponi. Nelle regioni dove si sono fatti in maniera più massiva risultano meno contagi. È un caso?

«In Lombardia all’ inizio dell’ epidemia si facevano moltissimi tamponi. Sicuramente nel momento successivo della diffusione non sono stati fatti in modo così sistematico come si sarebbe dovuto. Però, all’ epoca le forze erano quelle e poi siamo stati travolti in qualche modo da uno tsunami».

Il test sierologico serve per le indagini epidemiogiche. Per capire la contagiosità si deve passare dal tampone.

«Il test sierologico ci permette di capire quante persone sono state colpite. Il tampone è l’ unico strumento per constatare la contagiosità. Volendo, ci sono altri test, ma ancora problemi di affidabilità, che possono dimostrare la malattia in corso. I tamponi sono l’ elemento principale perché dimostrano la contagiosità, la sierologia permette di individuare l’ ampiezza della diffusione del virus».

C’ è una corsa a sottoporsi ai test sierologici con la convinzione che siano un patentino di immunità.

«Purtroppo c’ è una voglia da parte dei cittadini di capire se si è stati asintomatici positivi, sperando sia così, e cioè di aver superato il problema e finita lì. È curiosità personale e si sbaglia a scambiare il test per patentino di immunità, servono poi approfondimenti».

La medicina territorio è stata trascurata e non è riuscita a fare da filtro. Risultato: ospedali in tilt.

«I pazienti sono arrivati tutti in un botto, in ospedale arrivavano uno dopo l’ altro. I medici di base hanno fatto il possibile, purtroppo però qui c’ è stata una diffusione massiva e cifrata, nascosta, con casi che si sono confusi».


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