Rimpatri flop e più irregolari
Matteo Salvini

Rimpatri flop
e più irregolari

Nel braccio di ferro tra le forze di governo si è inserita anche la questione dei rimpatri di immigrati irregolari. L’altro giorno il vice premier Luigi Di Maio (5 Stelle) si è rivolto al suo omologo Matteo Salvini con una frase lapidaria: «Sono fermi, le direttive non bastano». Il ministro grillino ha lanciato la provocazione su un tema caro alla Lega. Del resto nel contratto di governo è messo nero su bianco il rimpatrio di 500 mila irregolari. Il ministro dell’Interno si era posto l’obiettivo di «10 mila rimpatri all’anno».

Quella del rimpatrio è una procedura complessa e costosa: il Viminale valuta che per riportare in patria 10 mila migranti servono 116 voli e 20 mila poliziotti. Ogni rimpatrio assistito costa tra i 3.000 e i 5.000 euro a persona. Sono poi indispensabili accordi di riammissione con gli Stati di provenienza degli stranieri: ne abbiamo sottoscritti solo tre, con Egitto, Tunisia e Marocco. A settembre 2018 Salvini aveva promesso che «entro l’autunno faremo accordi di espulsione e di rimpatrio volontario assistito con tutti i Paesi di provenienza degli irregolari: Senegal, Pakistan, Bangladesh, Eritrea, Mali, Gambia, Costa d’Avorio, Sudan, Niger».

Da quando è ministro dell’Interno il leader leghista, nessun nuovo accordo è stato concluso. E infatti sulla pagina Facebook dove Salvini posta tutti i suoi successi, sono mesi che il tema non è nemmeno accennato. Gli irregolari sono invece aumentati per effetto del «decreto Sicurezza» che ha cancellato lo status di protezione umanitaria: tra giugno 2018 e febbraio 2019 circa 50mila persone si sono viste respingere la loro richiesta d’asilo. Poche sono state effettivamente rimpatriate, lasciando di fatto in Italia altre migliaia di nuovi stranieri irregolari

Nonostante gli arrivi dei migranti in Italia siano crollati, i numeri condivisi il mese scorso dal ministero dell’Interno chiariscono che i «10 mila rimpatri all’anno» promessi dal leader della Lega sono un obiettivo irrealizzabile: siamo infatti fermi a 4.806 rimpatri in nove mesi di governo (giugno 2018-febbraio 2019), addirittura in calo del 6% rispetto al governo Renzi, quando erano stati 5.132 (tra giugno 2017 e febbraio 2018). Intanto la comunità internazionale assiste inerme a una grande ingiustizia di cui sono vittime una parte dei siriani espatriati per la guerra. Il presidente Bashar al-Assad, dopo aver prevalso sul fronte militare, sta ostacolando il rientro in patria di 5,5 milioni di profughi. Il livello di devastazione del conflitto è testimoniato da alcuni numeri: su quasi 18 milioni di abitanti, 6,1 milioni hanno perso la casa ma vivono ancora dentro i confini dello Stato e oltre 11,6 milioni sono fuggiti all’estero, la maggior parte in Stati confinanti (3,3 milioni in Turchia, un milione in Libano e 650 mila in Giordania). Mezzo milione sono invece in Europa e 68 mila in Nordamerica.

L’obiettivo delle famiglie siriane (che non sono irregolari ma hanno lo status di profughi, essendo vittime di una guerra iniziata nel 2011 e che non ha risparmiato praticamente alcuna zona) nella maggioranza dei casi è di rientrare nel loro Paese, se ci sono le condizioni, un desiderio che accomuna spesso gli asilanti. Finora Damasco ha concesso permessi di rientro col contagocce e l’Alto commissariato Onu per i rifugiati ha documentato come alcuni profughi tornati dalla Germania siano stati vittime di maltrattamenti, fino alla rinuncia a restare in Siria. Il regime di Assad ha adottato norme restrittive per limitare al massimo connazionali che considera rivali. La legge 10 del 2018 consente di requisire terreni e proprietà private se chi torna è privo degli attestati di possesso. Ma questi attestati non esistevano al momento della fuga. Il timore è che Assad stia applicando una pulizia etnica per via burocratica. La maggior parte dei profughi sono sunniti, avversari degli sciiti (ai quali appartiene il presidente tramite la sottofamiglia alawita). Così appena 8.070 profughi sono rientrati dalla Giordania da inizio 2018 e 14.496 dal Libano. Per fermare questa strategia l’Europa ha la leva degli aiuti economici alla ricostruzione, chiesti dalla Russia alleata di Assad. La vita del migrante è davvero grama, quando scappa da ciò che ha di più caro (parenti, amici, la propria terra) e quando cerca di ritornarvi.

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