«Nascosti sotto i sedili per evitare le botte» La testimonianza di un tifoso nerazzurro

«Nascosti sotto i sedili per evitare le botte»
La testimonianza di un tifoso nerazzurro

«A un certo punto siamo stati affiancati da un cellulare della Celere: avevano il portellone aperto e ci insultavano».

Inizia così quella che per un trentenne è stata una delle ore peggiori della sua vita da ultrà. Era sul primo pullman, uno dei due - stando alla versione dei tifosi - che sarebbero stati teatro delle violenze gratuite della polizia. Non vuole il nome, non perché abbia paura, ma perché potrebbe patire conseguenze sul lavoro, al quale non ha rinunciato nemmeno ieri mattina nonostante sia riuscito a rientrare da Firenze solo alle 7,45, evitando di passare dal pronto soccorso per farsi refertare le lesioni subite.

«La pattuglia della polizia davanti al nostro bus, che era il primo della fila, rallenta bruscamente costringendoci ad accostare - continua il trentenne -. Immediatamente arrivano 4-5 cellulari, 2-3 della polizia e due dei carabinieri, più altre pattuglie. Agenti e militari si infilano i caschi, impugnano manganelli e ci insultano dai finestrini. Poi scendono e accerchiano il nostro bus. Urlano “Vi uccidiamo”, “Siete morti”, “Adesso ci divertiamo, ne mandiamo un po’ in galera e un po’ all’ospedale”, “comunisti di m...”, “spacchiamo un po’ di teste”. Colpendo con manganellate vetri e carrozzeria, obbligano l’autista ad aprire le due porte».

Quattro, cinque agenti salgono da quella anteriore, altrettanti da quella posteriore. «Colpiscono con manganelli, calci e pugni qualsiasi persona e cosa abbiano a tiro. Noi cerchiamo di proteggerci alla bell’e meglio, cercando di ripararci sotto i sedili e urlando di smetterla. Ovviamente, anche noi in un primo momento li insultiamo. Sarà durato un minuto, poi prima di scendere, rifilano uno schiaffo all’autista, facendolo cadere dal posto di guida, perché secondo loro era colpevole di non aver aperto le porte per tempo. Cerchiamo di chiedere aiuto ai tifosi degli altri pullman che vengono fatti defluire e ci passano accanto. Io impugno il telefono e chiamo l’avvocato Riva che era su un altro pullman: “Vieni, presto, qui ci ammazzano”». Dieci minuti più tardi altri 4/5 agenti risalgono sul bus per quella che il trentenne definisce la seconda razione di «botte gratuite».


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