Scatta la stretta sugli affitti brevi Airbnb dovrà trattenere il 21% di tasse

Scatta la stretta sugli affitti brevi
Airbnb dovrà trattenere il 21% di tasse

Respinto il ricorso della piattaforma che dovrà comunicare i dati all’Agenzia delle Entrate. Le associazioni: «Finalmente regole uguali per tutti».

Anche per Airbnb è ora di pagare. E soprattutto è ora di aiutare a smascherare i furbetti degli affitti brevi. Lo diceva la legge, che il colosso dell’home sharing ha sempre cercato di evitare, lo conferma anche il tribunale amministrativo del Lazio che ha emesso una sentenza molto chiara, la numero 2207/2019 del 18 febbraio, respingendo il ricorso presentato proprio dalla società di San Francisco. Significa soprattutto due cose: Airbnb deve trasformarsi in sostituto d’imposta e quindi trattenere il 21% sull’ammontare dei canoni di affitto nel momento stesso in cui una prenotazione viene confermata. In più dovrà comunicare tutti i dati dei singoli contratti all’Agenzia delle Entrate. Tutto alla luce del sole, senza più l’ombra dell’evasione che ha spinto i critici a ribattezzare la sharing economy in «shadow» economy. La tecnologia semplifica la vita insomma, anche quella del fisco.

L’immediata conseguenza della sentenza, in attesa dello scontato ricorso a tutti i gradi di giudizio amministrativo (perché siamo pur sempre in Italia), è che la miriade di case, stanze e mansarde avranno un nome e un cognome a cui l’Agenzia delle Entrate potrà bussare alla porta. Sono nella città di Bergamo 860 (+15,7% dal 2017 al 2018) anche se ad ogni monitoraggio non mancano sorprese con case che spuntano o scompaiono come funghi. Ne sa qualcosa il Comune di Bergamo che proprio con il portale di home sharing, un anno fa, ha stretto un accordo per la riscossione della tassa di soggiorno. In piccolo, quello che lo Stato ha cercato di fare con la cedolare secca senza centrare l’obiettivo, se non con la forza.

Quindi non basterà più rifugiarsi nelle complesse diramazioni delle tante leggi sul turismo, di stretta competenza regionale, alla ricerca di una scappatoia fiscale. Con questa sentenza Airbnb è ufficialmente un intermediario immobiliare e come tale dovrà versare il 21% degli affitti. Di quanti soldi si parla? Quando il governo Gentiloni approvò il decreto 50/2017 venne allegata una relazione tecnica con un gettito di 139 milioni di euro, unica stima sul piatto, da ricalcolare dopo la netta crescita degli ultimi due anni.

Brinda Federalberghi insieme ad Ascom Bergamo. Le associazioni di commercianti hanno chiesto a gran voce una regolamentazione del settore e il pronunciamento del tribunale sembra ricalcare le rivendicazioni degli ultimi anni. «Contenti? Di più, siamo molto contenti – spiega Oscar Fusini, direttore di Ascom –. Viene coronato l’intenso lavoro che abbiamo fatto con Federalberghi nazionale in particolare sul concetto di “stesso mercato, stesse regole”. Qui stiamo parlando di una legge di assoluto buon senso: Airbnb deve pagare le tasse e rendicontare come fa qualsiasi altro intermediario. Gli effetti saranno positivi perché si alzerà il livello della qualità ricettiva e secondo le nostre previsioni molti immobili, anche a Bergamo, torneranno ad essere collocati a scopi residenziali». Soddisfatto anche Cesare Rossi, vicedirettore di Confesercenti: «Per noi la concorrenza va benissimo, basta lottare ad armi pari. Riallineare l’home sharing alle regole di tutti è un punto fondamentale».

La prima reazione di Airbnb è l’annuncio di un ulteriore ricorso, stavolta al Consiglio di Stato. «Siamo delusi dal pronunciamento del Tar del Lazio e intendiamo fare ricorso al Consiglio di Stato, anche ai fini dell’eventuale interessamento della Corte di Giustizia Europea - si legge nella nota diramata dalla piattaforma –. In tema di imposte sul reddito, abbiamo sempre offerto disponibilità in tutte le sedi istituzionali per risolvere l’impasse e consentire alla community il rispetto della legalità e il pagamento delle imposte sul reddito senza discriminazioni. Secondo la corte – prosegue – chi affitta tramite Airbnb non sarebbe discriminato rispetto ad altri sistemi meno trasparenti perchè sarebbe logico imporre l’obbligo di ritenuta all’unica piattaforma online che intermedia i pagamenti con un modello innovativo. Poco importa se, come stimato da Banca d’Italia, si tratti dell’unico barlume di trasparenza in un settore in cui 7 pagamenti su 10 avvengono ancora in contanti». Difesa e contrattacco: l’ennesima mossa di una partita a scacchi che rischia di non avere fine.


© RIPRODUZIONE RISERVATA