Si cerca il Dna del killer di Daniela  La vittima ha cercato di difendersi

Si cerca il Dna del killer di Daniela
La vittima ha cercato di difendersi

Un dettaglio molto significativo è emerso dall’autopsia eseguita giovedì sul corpo di Daniela Roveri, assassinata martedì a Colognola: c’è una ferita, probabilmente da arma da taglio, su una mano della vittima.

Quel taglio alla mano significa che la vittima ha cercato, seppur vanamente, di difendersi: un gesto istintivo, purtroppo inefficace, che potrebbe però rivelarsi importante per gli inquirenti, al lavoro senza sosta nel tentativo di dare un nome e un volto all’assassino. Sulla mano, specialmente sotto le unghie di Daniela Roveri, si stanno concentrando le indagini scientifiche. Potrebbero essere rimaste, infatti, tracce riconducibili all’autore dell’aggressione. Diversi campioni di materiale biologico prelevato dai margini ungueali, sul corpo e in particolare sulla mano ferita verranno analizzati in laboratorio, con un obiettivo chiaro: risalire a un eventuale Dna estraneo a quello della vittima.

Daniela Roveri

Daniela Roveri

Il killer – è la ricostruzione al momento più plausibile – avrebbe atteso nell’ombra il rientro a casa della vittima, sgattaiolandole alle spalle, una volta varcato il portone d’ingresso alla palazzina. Piombatole addosso mentre stava per salire in ascensore, avrebbe cinto il corpo di Daniela Roveri con un braccio, per tenerla ferma, per poi, con l’altra mano, tagliarle la gola da una parte all’altra. Un gesto che denota – per chi indaga – un’indubbia volontà di uccidere e che allontana l’ipotesi di una rapina finita male.

Colognola si è ritrovata ieri alle 18,30, quando il buio era già calato sulla città, provando a illuminare quelle vie con le candele e con la speranza, dopo lo sgomento per l’omicidio della 48enne. Si è partiti dal sagrato della chiesa di San Sisto, le parole di don Francesco Poli ad aprire il corteo: «Sembra che questo nostro tempo sia il tempo dell’Apocalisse: giorni difficili, sotto ogni punto di vista. Ma in tutta questa violenza, dobbiamo portare un segno di speranza per il nostro quartiere, la nostra città, il nostro mondo. Una speranza per un futuro migliore. Fatto di giustizia, di amore, di pace», ha proseguito don Poli. I duecento partecipanti si sono incamminati in silenzio, gli occhi bassi, solo qualche riflessione col vicino. Sul perché della tragedia. Sui gesti concreti che ognuno può fare.


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