Martedì 16 Ottobre 2012

«Per me la vita è uno spavento»
Poretti  si racconta in un libro

Lo chiamano Giacomino, Giacomino Poretti. Sta per pubblicare un libro (autobiografico?) che si intitolerà «Alto come un vaso di gerani» ma non lasciatevi suggestionare da questa che in fondo è una gag perennemente in canna a proposito di se stesso: Giacomo Poretti tutto è tranne che un uomo piccolo.

Nel pomeriggio adi martedì 16 ottobre ha parlato nella nostra università, in Sant'Agostino, invitato dalla Fuci e dal Centro universitario Sant'Andrea, per un ciclo che si intitola «Incontri inattesi». Appunto. A BergamoScienza c'è appena stato Fabio Volo, di ritorno dal Festivalfilosofia di Modena: è come se da queste persone un po' fuori dalle righe avessimo bisogno di farci dire qualcosa di vero sui denti, di amaro ma anche di allegro e Giacomo è proprio così, un omino al rabarbaro che ogni tot secondi emette all'improvviso una fiammata di soda caustica capace di ustionare chiunque, vecchi e bambini, di farvi soffocare piegati sul vostro diaframma, di farvi piangere dal ridere senza ritegno sul tappetino del salotto di casa. La sua è una comicità non intellettuale, fatta più di corpo, di posture che di trovate lessicali: è un mimo che parla Poretti. Fa ridere come da piccoli ci facevano divertire i burattini. Siamo tra i tavolini di un bar in corso Buenos Aires a Milano. Sta provando il suo prossimo spettacolo - top secret - che debutterà il 30 novembre a Pavia. Tra ambulanze che passano, camerieri che non capiscono la comanda sembra quasi di essere in un suo film: che a un tratto dalle quinte del Teatro Elfo Puccini possano saltar fuori i suoi due «soci», Aldo e Giovanni, e darci una scarica di legnate.

Cosa viene a fare in università, lei che non si è neppure diplomato e che dice: «Sapeste come mi fanno girare le balle i laureati?».

«Eh, appunto: fa un effetto molto strano. Un appuntamento così lo vivi con un po' di riverenza, e anche di rammarico. Mi sarebbe piaciuto molto studiare, approfondire alcune cose, ma poi? Non voglio lamentarmi, la vita mi ha portato a fare altro e ne sono contentissimo. Per l'esperienza che ho avuto dovrei dire che la strada, la vita insegna meglio della scuola. Però forse io ho avuto anche fortuna. Se dovessi consigliare a qualcuno, a mio figlio Emanuele ad esempio che ha appena iniziato la prima elementare, o a dei ragazzi direi che è meglio incanalarsi in un metodo. Poi dopo, tanto, la vita è lì: appena suona la campanella c'è la vita - con tutti i suoi problemi - che ti mette alla prova. Però la scuola, soprattutto se è fatta bene, ti dà un abito che ti permette di affrontare il viaggio meglio attrezzato. Non è detto che se studi la tua vita sarà migliore, assolutamente no, però è come se uno deve andare a fare un viaggio e si attrezza: mette su una giacchetta, lo zainetto, mette dentro una cosa, la brioscina? Magari qualcun altro è dotato di suo e non ha bisogno di niente. Però quando si è in giro è meglio avere una bussola».

Il titolo dell'incontro è: «Che straordinario spavento la vita!».

«Ho appena finito di scrivere un libro e c'erano due titoli in predicato: Alto come un vaso di gerani, che è quello che ha scelto l'editore, ma io avevo proposto anche Che spavento la vita!, appunto. Perché è davvero una sensazione che ho provato: tante volte uno si sente spaventato».

Avverte come un vuoto d'aria.

«C'è un vuoto, oppure c'è una presenza così ingombrante che non sai come? È una bella sensazione».

Lei con la scuola ha avuto un rapporto un po' travagliato.

«A cominciare dall'asilo. Io sono del '56, a quei tempi là non è che si usasse tanto andare all'asilo. Perché c'erano le nonne in casa, c'era l'oratorio... La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell'800, eppure era l'altro ieri. Alle elementari per un anno e mezzo abbiamo avuto un maestro, Agnello, che entrava in classe e si addormentava. Poi si svegliava e picchiava quelli che tiravano gli aeroplanini di carta. A noi piaceva molto. Sa, i ragazzi non è che dicono: accidenti, questo non ci fa studiare, pensano che vada benissimo così. Alle medie ho fatto la scuola di avviamento agrario Ferrazzi & Cova - che poi usciti noi ha chiuso i battenti: si andava nell'orto a vangare; ho imparato quando maturano i rapanelli, quando si raccoglie il melograno. Poi ho frequentato le scuole serali: istituto professionale per elettromeccanici...».

Adesso scrive per «La Stampa». Sa far ridere anche per iscritto, sa? E non è una cosa facile.

«Mi piace molto provarci. Forse è stata la cosa che da sempre mi ha incuriosito, interessato di più, però non avendo mai l'occasione pratica per poterlo fare? Ai miei soci glielo dico sempre che loro sono tutto tranne che la parola! Grazie a Dio, devo dire. Sono tutto tranne che la parola. Noi a volte ci proviamo a metter lì delle cose scritte, una traccia ma poi in teatro quella viene completamente abbandonata: bellissimo!».

La vostra comicità è fatta tanto di corpo, di movimenti?

«Prima di fare questo lavoro del comico io già mi interessavo di teatro, negli anni '80 Milano ha mostrato delle cose straordinarie. Per merito soprattutto di Leo Vexter, un vecchio imprenditore ebreo - l'uomo che ha portato i Beatles in Italia - che gestiva il Teatro Ciak, che era diventato un centro di riferimento per la comicità sperimentale, e non. Al Ciak si sono visti degli artisti straordinari, Bolek Polìvka, Jango Edwards, i mimi della Bbc, i Mummenschanz, i Momix: non c'era in Italia, e non c'è tuttora, una tradizione di comicità corporea così. Una via di mezzo con la poesia».

Quello è stato il vostro brodo di coltura? Non si direbbe: lo avete reso molto più popolare.

«Sì, più popolare, più comico, però l'aspetto corporeo viene da lì. All'inizio dicevo ad Aldo e Giovanni: "Voi non funzionate, qui bisogna avere la parola, in tv soprattutto!" E invece è andata bene, forse proprio grazie a quel retroterra».

Ha definito il teatro «il gioco più bello del mondo».

«Anche come spettatore io mi diverto molto, però, conoscendo poi quello che avviene sulla scena... Ci vuole tanta sapienza per mettere in scena uno spettacolo, per congegnarlo. È molto faticoso. Il teatro è la cosa più bella che ci sia - l'evento dal vivo è stupendo - ma è anche la cosa che io faccio più fatica a fare».

Milano le ha dato l'Ambrogino d'oro, e per l'occasione è stato chiamato a riceverlo con il titolo di «illustre»: come l'ha presa?

«Ha ha ha!!! I premi è bello riceverli, però bisogna avere la consapevolezza che? Mah! Milano ha dato tanto nel campo della comicità».

C'è uno stile tipico del comico milanese: Cochi e Renato, Teocoli, Bertolino, Bisio...

«Uno stile internazionale, direi. La comicità napoletana e romana oggi rischia di rimanere un po' relegata al regionalismo. Negli anni in cui si faceva l'Italia gente come Eduardo, Totò, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi ci hanno mostrato la diversità di questo Paese, che è una ricchezza. Io ovviamente per questi provo venerazione: sono inarrivabili. Per non parlare di Franca

Valeri, Bice Valori. Sordi oggi lo diamo per scontato ma è roba immensa». Wind sta facendo fare i suoi spot a Fiorello...

«Libero e Wind hanno lo stesso proprietario. Fiorello in questi anni ha sempre fatto la pubblicità per la telefonia fissa e noi per quella mobile: per sei mesi lavoravamo per loro, poi da fine agosto c'era uno stop e si riprendeva a gennaio. Normalmente eravamo sostituiti da Panariello, quest'anno l'azienda ha affidato a lui questa fase. Gireremo i prossimi spot a dicembre».

Voi però fate molto più ridere di Fiorello: siete riusciti a dare un'immagine scanzonata di questa società.

«Sì, hanno puntato molto su questo effetto».

Ora che ha un figlio, che effetto le fa trovarsi a dover educare?
«Si rimane stupefatti. Tutte le volte è diverso. Puoi leggere mille libri sull'educazione ma il figlio ce l'hai lì, il figlio che fa i capricci. C'era un libro molto in voga in questi anni, I no che aiutano a crescere: molto interessante, poi però quando viene il momento di dire "no" per davvero a tuo figlio, lì metti in gioco veramente te stesso. Di questi tempi credo che, se è possibile, scegliere una buona scuola sia importante. Dopodiché la vita è lì, l'affronterà: tocca a lui». Se dovesse iscriversi all'Università adesso, che facoltà sceglierebbe? «Filosofia. Forse riuscirei a capire qualcosa di Heidegger, Nietzsche. Chissà che un giorno?».

Carlo Dignola

fa.tinaglia

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