Giovedì 22 Novembre 2012

Vecchioni martedì al Conca verde
«I giovani sono la vera forza»

Il tour I colori del buio è agli sgoccioli. Roberto Vecchioni conclude domani, al Cinema Teatro Sala Argentia di Gorgonzola (inizio 20,45) un lungo girovagare che, dipanatosi in oltre 40 tappe da tutto esaurito, lo ha portato fra piazze e teatri. Martedì 27 poi sarà al Cinema Conca Verde (ore 20,45) in città per un incontro su «Questa maledetta notte dovrà pur finire» nell'ambito di «Molte fedi sotto lo stesso cielo».

I colori del buio, antologia uscita un anno fa, ripercorreva la quarantennale carriera del cantautore milanese, che in questi decenni è cambiato e ha visto cambiare il suo mondo.

«Certo, perché si cambia vivendo, cercando di attraversare gli anni con passione e curiosità. Si cambia perché non si può avere sempre vent'anni, ma non è detto che la fase riflessiva sia meno interessante di quella degli slanci giovanili. La vita è l'amore più grande e l'amore, come racconto ne I colori del buio, non è sempre rosso: è anche blu, nero, rosa, grigio. Credo di essere cambiato nella normalità del vivere: giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza, direi figlio dopo figlio, inteso come creazione del padre e anche dell'artista».

Con questo spirito lei è arrivato quasi a 70 anni, che compirà a giugno: l'energia e voglia di mettersi in gioco sono rimaste intatte.
«Trent'anni fa dicevo "fra dieci anni rallento", mentre vent'anni fa aggiungevo "ancora un poco e poi relax…". Invece il fuoco non si spegne mai, fra periodi più intensi e altri meno: sono sempre in movimento e ho ancora tantissime cose da fare e da dire. Mi sento trascinato dal consenso che raccolgo, soprattutto fra i più giovani, e per questo continuo a gustare, in tutti i suoi sapori, la vita. Lo so, alla mia età tutto si può fermare all'improvviso e per sempre: però non vivo nell'incubo della fine, perché la vita mi ha dato tutto, dalla vita ho accettato tutto».

Il suo amico Guccini ha appena ultimato il nuovo disco. «Forse l'ultimo», ha detto, perché «non si può fare il cantautore per tutta la vita. Scrivere, invece, si può ancora…».
«Francesco, a un certo punto, ha scelto di vivere come preferiva, nel suo Appennino. Io, molti anni fa, credo di aver aperto una strada: non so se sono stato il primo fra i cantautori a scrivere romanzi, ma uno dei primi, proprio per non avere il limite dei minuti, della melodia, dell'incastro musica-parole».

Però certe idee, certe speranze che accompagnarono l'inizio delle vostre carriere paiono relegate ai margini di una società dove impera l'omologazione. I giovani d'oggi sono quelli della generazione «scialla»...
«Per me i giovani restano la forza trainante del mondo per idee, capacità di interpretarle, coraggio, incoscienza. Ho sempre sentito dire "Ah, i giovani di oggi…": lo si dice adesso, ma lo si diceva anche quando ero un ragazzo io, perché il luogo comune viene usato, a prescindere, per la conservazione di un potere "vecchio". Ai giovani bisogna andare incontro, sintonizzarsi con loro e non pensare che, per forza, siano loro a doversi sintonizzare con le nostre idee».

Negli ultimi anni, lei ha voluto tornare a Sanremo, ha provato il jazz e la musica sinfonica, scritto libri e fatto altro ancora. È desiderio di sperimentare, curiosità, o voglia di togliersi soddisfazioni senza affanni?
«È, semplicemente, sentire di avere ancora tante cose da dire, da raccontare e, anche, la libertà di poterlo fare rispettando tutti, ma senza compromessi. Che per altro non ho mai accettato».

Se è per questo, non le sono mancate critiche e polemiche per alcune attività o prese di posizione: il concerto per Pisapia, il Forum delle culture, lo spot a favore della scuola pubblica. Vale la pena continuare a esporsi?
«Pondero sempre le mie scelte, artistiche e non, e le difendo. Lascio la libertà di critica a chi la esercita con rispetto, con tesi fondate che magari offrono un punto di osservazione esterno diverso dal tuo. Non sopporto, invece, la critica a prescindere, senza preparazione, senza concetti».

La scoperta-riscoperta di un rapporto con Dio emerge in diverse zone della sua recente produzione, musicale e letteraria. Lei, che cantava «Ma che razza di Dio c'è nel cielo?», ha trovato una risposta alla sua domanda?
«Ho provato a raccontarlo, recentemente, in un'intervista con Salvatore Nocita per Le inquietudini della fede, libro che consiglio, anche ai ragazzi, perché è un viaggio, con differenti interpretazioni, attraverso un tema così grande da non poterci lasciare mai. Io credo nel Dio della misericordia, che sconfina nella carità, che cammina nella fatica e accanto alla fatica; e credo in quelli che Dio lo portano tra la gente, penso a don Gino Rigoldi, a don Gallo, anche al mio amico don Mazzi. Penso al cardinal Martini. Penso a Gesù. Penso che Dio mi mandi continui messaggi per parlare per conto suo: ma io non sono così bravo, sono un po' anarchico, però li ascolto, li vivo».

Fra il suo pubblico riascoltare talune canzoni del passato procura ancora emozioni fortissime. Quali sentimenti agita invece in lei rimettere in moto la macchina del tempo a ogni esibizione?
«Le mie canzoni, quelle di ogni tempo, sono I colori del buio, appunto. Sono le tele dipinte in una vita, i colori di sentimenti che non hanno tempi o scadenze. Risentirle, o continuare a cantarle, è bello, è il piacere dell'emozione».

La stessa emozione con cui ha descritto attraverso le canzoni la sua vita e le sue vicende personali. Quarant'anni dopo, cosa le sta ancora preparando il futuro?
«Sto scrivendo un nuovo libro per Einaudi ed è una storia epistolare molto interessante, particolare, anche divertente. Ma ci sarà anche un nuovo lavoro, con canzoni inedite, penso a cavallo dell'estate: conterrà le storie di un uomo che ha vissuto, intensamente. E che racconta questa felicità».

Gigi Di Cio

a.ceresoli

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