Minardi: «Guareschi?
Tifava per Peppone»

Dicono che Guareschi attraverso don Camillo e Peppone rappresentasse le sue due anime, le due tendenze profonde della personalità. In realtà Guareschi stava dalla parte di Peppone. Sì, lui, uomo della destra, simpatizzava con il suo personaggio comunista.

Minardi: «Guareschi? Tifava per Peppone»

«Dicono che Guareschi attraverso don Camillo e Peppone rappresentasse le sue due anime, le due tendenze profonde della personalità. In realtà Guareschi stava dalla parte di Peppone. Sì, lui, uomo della destra, simpatizzava con il suo personaggio comunista. Questa è la prova, questa lettera a mio padre». Maurizio Minardi estrae dalla busta il foglio ingiallito. Minardi parla nella saletta del nostro giornale, in questa mattina di neve. Parla con frasi brevi, dette rapidamente. Buttate lì come per caso. Come fanno i duri. Ma sta riscoprendo una parte della sua vita. Una parte lontana. Parla di suo padre, il giornalista Alessandro Minardi, e del suo migliore amico, Giovannino Guareschi. Gente emiliana, gente di destra, ma gente che amava sfidare il potere e se stessa.

Perché questa lettera è una prova?
«La firma: Giuseppe Bottazzi. Cioè nome e cognome di Peppone, il sindaco. Guareschi si è firmato così e la G in realtà è la caricatura del suo profilo... È una lettera semplice che Guareschi manda a mio padre al Candido, il giornale che Guareschi aveva creato e che mio padre stava dirigendo, alcuni anni prima di arrivare a Bergamo per dirigere "Il Giornale di Bergamo"».

Quando arrivò a Bergamo Alessandro Minardi?
«Nel 1961. Ereditò la direzione di Ugo Cuesta. Il giornale penso vendesse tre-quattromila copie. Nel 1968 arrivò a venderne circa ventimila, raggiunse L'Eco e per un breve periodo lo superò anche di circa 250 copie».

Anche Maurizio Minardi è giornalista.
«Soprattutto io sono stato fotografo. Lavoravo con mio padre. Un tipo freddo, che non perdeva mai la calma e che mi gratificò ben poco. Una volta feci fotografie del deserto di Dankalia, fra Eritrea ed Etiopia, un deserto con geyser e soffioni di zolfo, una cosa da altro mondo, concrezioni meravigliose di sale... Erano gli Anni Sessanta, feci le prime foto a colori, le pubblicarono L'Europeo, Paris Match e Life. Mio padre mi disse: "Non è male"».

Hai curato la pubblicazione di questo libro, «Minardi racconta Guareschi».
«Mi sembrava importante pubblicarlo. L'ho trovato fra le carte di mio padre che è morto nel 1988, a Lugano. Era andato a Lugano a dirigere un quotidiano dopo avere lasciato il Giornale di Bergamo. Ho letto il dattiloscritto, l'ho trovato interessante, allora ho pensato che valeva la pena pubblicarlo. In questa direzione mi ha spinto anche l'associazione bergamasca "Alle radici della comunità"».

Il libro e questa foto che fece scalpore: Guareschi dietro le sbarre. Perché venne arrestato?
«Venne arrestato per diffamazione. Aveva pubblicato due lettere di De Gasperi inviate al colonnello Boham Carter, comandante della "Peninsular Air Base" a Salerno, da dove partivano i bombardieri per il Nord Italia. Nelle lettere, De Gasperi invitava a compiere un secondo bombardamento di Roma, convinto che in seguito a questo i romani si sarebbero sollevati contro i nazifascisti. De Gasperi sostenne che si trattava di falsi. Guareschi venne accusato e imprigionato».

Come andò il processo?
«Venne chiesto a Boham Carter se avesse mai ricevuto quelle due lettere, Carter rispose di no. Ed era vero. De Gasperi si trovava in Vaticano, le due lettere vennero portate fuori da un prelato, ma gli agenti dell'Ovra fascista lo intercettarono. Carter non le ricevette, ma le lettere erano originali. Ma il tribunale non diede credito a questa ricostruzione, dichiarò false le lettere, Guareschi venne condannato».

Le fotografie dietro le sbarre?
«Fu una vicenda del tutto particolare. Mio padre era direttore di Candido, vide che Epoca, diretto da Enzo Biagi, aveva pubblicato una foto di Guareschi in carcere a Parma con la moglie di spalle e una parte del viso dello scrittore. Una foto sottoesposta. Mio padre si innervosì e pensò che comunque si poteva fare di meglio. E fece in modo da ottenere quella famosa foto dietro le sbarre».

Conosceva bene Enzo Biagi?
«Molto bene. Era un tipo non largo di maniche, non guidava la macchina. Lo portavamo io e mio papà agli incontri di pugilato a Milano e poi si andava al bar. Lui non pagava spesso».

Che rapporto avevano tuo padre e Guareschi?
«Erano amici, erano complici, erano due giornalisti di razza, avevano idee simili. Erano "la strana coppia", erano gli animatori del bar della piazza Garibaldi di Parma, fondarono il Candido che tanto piaceva al vecchio Angelo Rizzoli. Il rapporto fra loro era stretto, continuo».

Quando ha visto per l'ultima volta Guareschi?
«Era il febbraio del 1968. Alcuni stati del Nord America avevano adottato "Don Camillo" come lettura scolastica, ci chiesero delle fotografie di Guareschi. Mio padre mi mandò a Lugano, dove Guareschi abitava. Quando mi vide mi salutò, era contento di vedermi. Poi mi chiese: "Servono delle foto fresche per il mio coccodrillo?" (l'articolo-necrologio). Ridemmo. Morì nel giugno del 1968».

Paolo Aresi

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