A Fuipiano il Carlì, «l’ultimo bergamino» La sua storia diventa un film
Carlo Rota, per tutti «Carlì», con la gerla carica di fieno sulle spalle

A Fuipiano il Carlì, «l’ultimo bergamino»
La sua storia diventa un film

Sabato sera la proiezione del docu-film. Mercoledì da Bergamo la mandria e i tradizionali carri per 50 km fino a Gorgonzola per rievocarne la cultura.

Erano anni, tanti, che non saliva lassù agli alpeggi della sua infanzia. Ma quel giorno, in occasione delle riprese del film documento («L’ultimo bergamino» del regista Luigi Giuliano Ceccarelli, prodotto dal Centro Studi Valle Imagna e da LGC Factory) che ne racconta la storia, Carlì (al secolo Carlo Rota) ha voluto andarci nonostante la fatica e le gambe che non reggono più come un tempo. A Fuipiano dalla vecchia modesta casa dove abita per andare fin su alla Costa del Palio adesso c’è una carrareccia e le auto possono transitare. C’è un bosco, osserva: «Qui era tutto un pascolo»; un forte segno dell’abbandono di antiche attività. Per un po’Carlì se ne è stato seduto accanto al conducente, poi ha voluto proseguire a piedi. Lo vediamo procedere con l’aiuto di un bastone ma sicuro verso l’alto.

Il Palio è un luogo singolare, suggestivo. Da un lato la mole del Resegone, il gigante che domina l’alta valle Imagna; come un castello di pietra grigiastra che su questo versante è del tutto diverso da quello che si vede dal lato di Lecco, con tante guglie frastagliate una dopo l’altra (il «Resegone»). Dall’altro lato si dispiega la lunga cresta della Costa che chiude quasi a semicerchio il lato occidentale della vallata, ben esposto al sole. Senza il suo bastone, Carlì non ce la farebbe. Zoppica. Ma non zoppicano i suoi ricordi. Si può dire che la storia della sua vita sia incominciata lassù al Palio.

Le riprese de L'ultimo bergamino

Le riprese de L'ultimo bergamino

Nato il 13 marzo di 87 anni fa, già ai primi di giugno lo portarono all’alpeggio dentro un gerlo: un po’ di fieno sul fondo, i panni, lui adagiato su un cuscino. Fu l’inizio della sua esistenza da bergamino. Gli stessi luoghi che adesso percorre seguito dalla cinepresa guardandosi in giro, soffermandosi ogni tanto per osservare sull’onda di lontani ricordi. Dall’alto, tra il verde, si vedono case e stalle diroccate. C’è un avanzo di muro: «Avevamo una stalla lì» dice, e il tono della voce sembra abbassarsi.

Ricordi d’infanzia e di adolescenza. Forse anche gli altri mucchi di sassi tra il verde sono quello che resta di costruzioni usate un tempo dai mandriani. Non c’è più nessuno. Adesso lo vediamo scendere un po’ verso un punto panoramico che si affaccia sulla grande conca dell’Imagna. Sulla valle si estende un banco di nuvole e di nebbia che copre anche la pianura. Di tanto in tanto si intravvede il campanile della parrocchiale di Fuipiano, la chiesa dei bergamini. Un punto di riferimento, un segnale per il «popolo» dell’alpeggio che passava le stagioni su al Palio.

E da lì, da quegli alpeggi a fine stagione le carovane dei bergamini si muovevano per scendere al fondovalle verso il piano, verso le cascine dai fienili colmi di fieno profumato dove trascorrere la brutta stagione. Mentre l’auto passa accanto a nuove case Carlì dice: «Le montagne sono vuote. Non c’è più nessuno a fare il bergamino». C’è lui che accoglie i visitatori nella vecchia casa dove vive con la moglie Carmela e dove, in una piccola stalla, continua l’attività di sempre: allevare con grande cura qualche mucca per produrre ottimi stracchini. Un assaggio c’è sempre per chi entra in casa. Un segno dell’ospitalità montanara mentre lui è pronto a narrare la sua storia tra momenti di rara saggezza, con l’orgoglio di aver allevato quattro figli dando loro la possibilità di studiare.

Commenta Antonio Carminati, direttore del Centro Studi Valle Imagna: «Sul suo volto è stampato il sorriso di sempre e la sua casa è aperta ad accogliere gli amici e chiunque voglia andare e trovarlo. Possiede il senso dell’accoglienza, quella vera e sincera, come l’aria fina che respira di buon mattino nel prato. Chi lo incontra, anche per una volta sola, ha la sensazione di trovarsi di fronte a una persona rara, non comune, una vera perla ai nostri tempi, che presto scoprirà trattarsi di un vero e proprio bene culturale vivente. È la persona che suscita il nostro interesse, non ciò che ha realizzato nella vita, poiché la visione del mondo, le esperienze trascorse, il particolare approccio ai problemi… costituiscono oggi un patrimonio immateriale per tutta la comunità». Quel patrimonio di testimonianze uniche che il Centro Studi raccoglie e conserva con ogni cura.

E non a caso la proiezione del film, stasera, realizzato grazie al contributo della Regione Lombardia, introdurrà alla manifestazione sulla tradizione dei bergamini che si svolgerà da mercoledì 30 settembre a sabato 4 ottobre lungo un itinerario che da Bergamo condurrà fino a Gorgonzola. Con il coordinamento del prof. Michele Corti, presidente del Festival del Pastoralismo, una mandria condotta dai malghesi e con il tradizionale seguito di carri muoverà da Bergamo per fare tappa a Dalmine, Canonica, Cassano e fino a Gorgonzola, poco meno di 50 chilometri. A ogni tappa sono in programma la sera manifestazioni con degustazioni a base di polenta e stracchino (ma ci saranno anche casonsèi e scarpinòcc), messa in scena di rappresentazioni teatrali, esposizione di pannelli. Una ricostruzione storica della secolare transumanza che consentirà di raccontare la grande storia dei bergamini e della loro cultura.


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