Martedì 14 Gennaio 2014

Antonio Locatelli, gli inediti

Ecco il giro del mondo nel 1923

L’atlante con la cartina dove Locatelli tracciò a matita l’itinerario del suo futuro viaggio

di Paolo Aresi

Era una mattina gelida, era il 20 gennaio 1923. Antonio Locatelli andò alla stazione di Bergamo, prese il treno per Milano, poi quello per Brindisi. Locatelli era al tempo già famoso come eroe della Prima guerra mondiale, come asso dell’aviazione. Ma questa volta lasciava l’aereo a casa e partiva per il viaggio intorno al mondo su carri, treni, piroscafi.

Un viaggio che aveva accarezzato nei mesi di malattia, quando era stato costretto a letto da quella che probabilmente era una forma di tubercolosi. In quei giorni studiava l’atlante, osservava le mappe, sognava di partire, di visitare nazioni e popoli. Su una di queste mappe, proprio quella che vedete sopra questo articolo, a matita definì un percorso, una rotta. Riuscì a superare la malattia e, come aveva promesso a se stesso, si mise in viaggio. Quaderni, matite e macchina fotografica. Un bagaglio smilzo, da fotoreporter, da giornalista. Verne aveva scritto da cinquant’anni «Il giro del mondo in ottanta giorni» e c’è da scommettere che Antonio Locatelli lo avesse letto. Il suo viaggio durerà invece 236 giorni.

Un pellegrinaggio nel mondo, una ricerca di conoscenza, di verità. Locatelli aveva ventotto anni, era un giovane uomo, aveva preso parte a imprese memorabili, anche in compagnia del suo vate, quel Gabriele D’Annunzio che lo aveva accolto sotto la sua ala e che gli fornì preziosi consigli quando l’aviatore si decise a scrivere il romanzo della sua fuga dal campo di prigionia austriaco, durante la guerra. Locatelli aveva sete di conoscenza, di avventura. Circa due settimane dopo la partenza, da Roma gli inviarono un telegramma, gli chiedevano di tornare perché doveva dare una mano a riorganizzare l’aeronautica italiana. Locatelli rispose: no, grazie. Non gli interessavano le poltrone. Niente valeva il suo giro del mondo. Solitario.

La storia di quel viaggio è nota, ma in grande parte inedita. L’ultimo discendente di Antonio Locatelli, Stefano Mazza, ha rintracciato migliaia di negativi fotografici che erano rimasti in fondo a un cassettone di Rosetta, la sorella di Antonio Locatelli morta nel 2006, conservati nella vecchia casa di via Paglia, in città. Ha «tradotto» i dieci volumetti scritti a mano, i diari di viaggio del suo prozio, li ha decifrati, riscritti. Tutto questo lavoro confluirà in un blog: ogni giorno, dal 20 gennaio per tutti i giorni del viaggio, appariranno fotografie e pagine di diario. E alla fine è prevista una grande mostra. Lunedì alle 17 nella sala Viterbi di via Tasso (nel palazzo della Provincia) Stefano Mazza presenterà questa iniziativa alla città.

Il viaggio di Antonio Locatelli partì da Brindisi, sul piroscafo Trieste con biglietto di terza classe, prima tappa l’Egitto dove visitò i luoghi più importanti, dal Cairo alle piramidi. Poi scese lungo il Mar Rosso, costeggiò la Somalia, scese, si imbarcò di nuovo, puntò verso l’India. Poi Cambogia, Birmania, Cina, Giappone, America... Un viaggio sfibrante, fatto di carrozze di terza classe, di carretti, di battelli vecchi e scassati, viaggiando in mezzo alla gente comune, evitando i luoghi lussuosi. Locatelli voleva immergersi nel mondo, fare un bagno dentro all’umanità. Voleva capire. Leggeva libri su Buddha, su Confucio. Meditava, confrontava. Voleva capire per poi comunicare. Le notazioni del suo diario a tratti si fanno molto fini. Eccone una: «Vi sono donne di provenienza cinese belle, alte e asciutte, con i tratti fini, carnagione chiara e capelli lisci, fini, annodati a cono tronco sul capo legati da ghirlandette, qualche volta con qualche rosellina - hanno un corpettino candido largo con cinturina di cotone di filo o di pizzo, portano l’ombrello di carta cinese e sono assai graziose nel camminare e nel portamento».

Un passaggio del tutto diverso: «Guardie inglesi e indiane con turbante e munite di lancia vigilano le strade. C’è in tutta Aden una vigilanza di vigilia di guerra».

Un viaggio faticoso, a tratti estenuante. Ma era una sua scelta e Locatelli non se ne discostò, sebbene a tratti facesse decisamente fatica. Durante il viaggio si alternavano gioia e tristezza, desiderio di scoprire e nostalgia della propria gente. Annota: «Arrivo alle sei del mattino, e dopo messo un po’ d’ordine nelle mie robe, mi sobbarco alle fatiche della grande città. Ho visto troppe cose belle perché Calcutta eserciti un qualche interesse. Sono stanco di vedere, di osservare, di fotografare, sono esausto».

Ma ci sono momenti impagabili. Scrive verso Ceylon: «Lo specchio del mare è divenuto così liscio che le stelle si riflettono a sciami con striature appena tremolanti».

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