Venerdì 25 Novembre 2011

Dario Fo va in scena a Bergamo
«Parlerò anche della crisi attuale»

di Diego Colombo
Partirà sabato sera da Bergamo la nuova tournée di «Mistero buffo», il più noto tra i testi teatrali di Dario Fo (classe 1926). Cinquemila repliche in Italia e all'estero tra il 1969 e il 2003, è scritto e recitato in grammelot, il linguaggio fisico e verbale che, inventato da Fo, riproduce sonorità e ritmo di vari dialetti padani medievali, dal bergamasco al varesotto passando per il milanese e il veneto.

Come è noto, Fo ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 1997, un riconoscimento per il quale era stato preso in considerazione fin dal 1975, ma che suscitò un vivace dibattito.

Fo, come Eduardo De Filippo, Ruzante – «l'ultimo dei giullari», forse l'autore cui si è più ispirato – e Molière, è un uomo di teatro, non un poeta o uno scrittore: sa come raccontare storie, come recitarle e, solo dopo averle improvvisate a voce, le trascrive su carta. Eppure sono considerati addirittura epocali i suoi meriti di artista, come gli è riconosciuto soprattutto al di fuori dei nostri confini: gli si devono il recupero della tradizione della divulgazione orale e del teatro popolare, la rinascita della Commedia dell'Arte e l'invenzione di una «lingua» universale.

«Mistero buffo» viene rappresentato senza traduzione persino in Corea. Nella motivazione del Nobel si rilevava che Fo continua la tradizione dei giullari medievali. E forse non tutti sanno che lui ha investito i soldi del premio in pulmini e attrezzature per disabili. Un eretico, certo, ma lo «sghignazzo» conduce all'umanesimo assoluto, cristiano: prova ne è il durissimo giudizio di Fo contro gli esperimenti genetici, mentre è nota la sua attenzione ai temi del surriscaldamento del pianeta e dell'emergenza ambientale.

Del resto, il giullare non sbeffeggiava la religione, Dio e i santi; piuttosto si preoccupava di denunciare in chiave comica le manovre furbesche di coloro che, approfittando della religione e del sacro, pensavano agli affari propri. Fo ci ha concesso dieci minuti per presentare il suo riallestimento di «Mistero buffo». In passato mise in scena la bellezza di sei «Misteri buffi» diversi ogni sera, tanta era la mole del testo che si era accumulata nel corso delle repliche. Ci ha anticipato qualcosa su come sarà questa selezione che si rifà alle origini dello spettacolo.

Siamo a Bergamo: ci sarà «Il "grammelot" dello Zanni»?
«No, non ci sarà "Il grammelot dello Zanni". La versione che riproponiamo è la "prima", quella in cui recito insieme a Franca Rame. Ci sono pezzi che da tempo non recitavo più, come "Bonifacio VIII" e "La resurrezione di Lazzaro". Poi Franca farà un pezzo che aveva recitato una volta sola a Milano 35 anni fa: quello di Eva, la prima donna, che si ritrova sola sulla Terra e, a un certo punto, fa i suoi commenti. C'è un altro pezzo della prima versione, anche questo sconosciuto a quasi tutti gli spettatori: "Maria sotto la Croce", con una Madonna che non accetta il sacrificio del figlio, anzi si oppone disperatamente a tutti coloro che partecipano alla sua messa in croce. Un testo in volgare lombardo del Trecento».

Prima della messinscena del testo, riprenderà la consuetudine dell'improvvisazione sull'attualità? Ci può anticipare qualcosa?
«Prima della messinscena, ma anche durante: si apre tranquillamente il controsipario e si parla col pubblico, raccontando quello che ci sta succedendo. È pazzo trasportarsi tout court nel Medioevo senza raccontare quello che ci sta succedendo. E soprattutto con che Medioevo abbiamo a che fare ora. Perché è come l'Apocalisse e nessuno sa da dove viene. Questa crisi arriva dall'America, ma nessuno, ancora, ci ha spiegato perché è nata. Va be', sono le banche, le quali hanno fatto dei pasticci, delle truffalderie, hanno distrutto centinaia, migliaia, milioni di risparmiatori, li hanno messi sul lastrico, "scoperti" e beffati. Ed ecco che l'onda arriva qui da noi, non ne sappiamo niente e paghiamo le mascalzonate che vengono dai Paesi più nobili dal punto di vista dell'economia, quelli che hanno inventato il capitalismo mobile, moderno, scellerato. Ecco, allora: di questo bisognerà pure parlare».

Lei una volta ha detto di credere nell'ottimismo della ragione. Ci dica qualcosa per far sperare i giovani di oggi, che sembrano così privi di prospettive.
«No, parlerei di pessimismo della ragione e di ottimismo dell'umano. L'uomo è un essere ottimista proprio per natura. Poi, però, c'è la ragione che ti dice: attento, ti stanno fregando. E hanno ragione i giovani ad essere risentiti, hanno ragione ad andare nelle piazze e gridare la loro indignazione, perché è l'unica arma che hanno: civilmente, per carità, democraticamente, senz'altro. Ma ci accorgiamo che chi non è né civile né democratico è chi ha causato questa disgrazia. Soprattutto coloro che hanno detto niente paura, tutto tranquillo, l'Italia è un Paese "coperto", le banche funzionano bene. Adesso ci troviamo ad essere i farloch, come si dice con una parola bergamasca. Io conosco bene il bergamasco: ho recitato Arlecchino».

Ancora una volta sarà in scena con Franca Rame. Siete sposati dal 1954 e siete rimasti uniti nella vita e nel teatro. Come ci siete riusciti?
«Prima di tutto abbiamo lavorato insieme. È già un grande vantaggio, un modo di incollarci dentro i pensieri, le situazioni e di viverle in comune. Franca dice sempre: non mi interessa tanto vivere con qualcuno, io voglio essere viva con qualcuno. E si è vivi quando si portano avanti delle lotte, quando ci si indigna davanti alle ingiustizie. Chi non fa questo e cerca di vivere cercando di dire "facciamo i fatti nostri", "stiamo tranquilli", "in una situazione come questa l'importante è salvarci", ebbene, a un certo momento non salva neanche l'amicizia con la gente e l'amore verso chi è legato loro da un interesse che non è soltanto finanziario, ma è anche quello dei sentimenti».

Che cosa pensa del Nobel al poeta svedese Tranströmer?
«Non lo conosco personalmente, ma ho avuto il vantaggio di conoscere degli svedesi che lo conoscono bene e mi hanno riferito che è un personaggio straordinario. Ha continuato a scrivere versi anche dopo una grave malattia che lo ha costretto alla paralisi ed è arrivato a mettere tutta la sua emozione, la sua vita dentro la letteratura e la poesia. Mi hanno tradotto – io non le avevo mai lette – delle sue poesie e sono veramente straordinarie. Cercate le edizioni italiane, ve le consiglio».


 

a.ceresoli

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