«Ecco come sono crollati
il “Muro” e l’impero sovietico»

Antonio Ferrari, celebre firma del giornalismo e collezionista di emozioni in giro per il mondo in fiamme, torna per così dire alle origini perchè il mal del Libano, un po’ come il mal d’Africa, gli è rimasto appiccicato al pari di un piacevole e struggente ricordo.

Antonio Ferrari, celebre firma del giornalismo e collezionista di emozioni in giro per il mondo in fiamme, conserva ancora in qualche tasca delle giacche un frammento del Corano, proprio laddove si parla di Gesù come profeta. Glielo aveva donato un suo amico libanese, Sami, che - essendo il suo autista - lo aveva salvato da un sequestro nel mattatoio impazzito del Paesi dei cedri durante la guerra civile degli anni ’80. A Sami, un druso generoso dal fare molto deciso, l’inviato del «Corriere della Sera» aveva dedicato un libro uscito nel Duemila e ora Ferrari torna per così dire alle origini perchè il mal del Libano, un po’ come il mal d’Africa, gli è rimasto appiccicato al pari di un piacevole e struggente ricordo.

Lo si vede bene nell’ultimo saggio dell’inviato, «Sgretolamento - Voci senza filtro», edito da Jaca Book, dove riannoda i fili storici del penultimo Medio Oriente (quello degli Arafat, dei tanti Libano e della Siria del vecchio Assad, padre dell’attuale leader) per agganciarli con una serie di interviste, e soprattutto con i retroscena che le hanno precedute, all’approssimarsi allora della fine del comunismo.

E a grandi fatti come l’attentato a Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro, il 13 maggio 1981, e la pista bulgara sorretta a suo tempo da sospette convinzioni investigative che Ferrari, fra i primi, smonta andando a cercare personaggi decisivi se non strategici. Il giornalista, che ha alle spalle 40 anni di professione vissuta nel fango esaltante e nelle miserie dolorose della prima linea, ne ha viste di ogni genere, essendo cresciuto con le cronache degli anni di piombo in Italia (per due anni ha vissuto con la scorta). Eppure lo sguardo è sereno, umanamente partecipe ma con il distacco dell’analista.

Non foss’altro perchè quel frammento di Corano che si porta appresso gli ha sempre consentito di stare sulla scia della buona sorte e del resto, proprio inseguendo le tracce della pista bulgara, aveva ricevuto il beneaugurante viatico del nunzio del Vaticano in Bulgaria, monsignor Mario Rizzi: «Sappia, che per una persona come lei in Paradiso ci sarà sempre posto alla destra del Padre».

E nel ricordare tutto questo, miscelando strategia diplomatica e cronaca minuta dal campo di gioco popolato da vittime innocenti, ecco che dal cilindro di questa intelligenza che si alimenta della curiosità come cifra professionale esce pure una scheggia bergamasca: le estati di un’infanzia non certo dorata ma felicemente consumata ad agosto ad Azzone, in Val di Scalve, dalla zia Antonietta Cappelli.

«Ho ancora nel cuore - dice - le distese di pinete: quando mi voglio riposare me le rivedo come fosse oggi. Poi in Val di Scalve sono tornato quando per il “Corriere”, all’inizio degli ani ’70, ho fatto un’inchiesta sulla Bergamasca e alloggiavo alla Pensione Gleno di Schilpario».

Il titolo del suo libro, «Sgretolamento», intende proporre una serie di avvenimenti che da un lato segnalano un passaggio d’epoca e dall’altro indicano l’esito inevitabile: la fine del comunismo, della guerra fredda, del condominio Usa - Urss.

«Sì, racconto attraverso i volti e le parole di personaggi grandi e minori il decennio degli anni ’80 che vede il tramonto dell’impero dell’Est e le sue conseguenze nei Balcani, ma soprattutto nel Medio Oriente. È il decennio che da noi segue il Sessantotto e la lunga stagione del terrorismo. In Francia, con Mitterrand, c’è il primo presidente socialista della Quinta Repubblica. In Inghilterra, con la Thatcher, abbiamo la rivoluzione conservatrice e liberista che replica in contemporanea nell’America di Reagan, il cui obiettivo è abbattere l’”impero del male”, ovvero l’Urss. Inizia una fase culturale e politica del tutto nuova, quella del ciclo liberista e che oggi viviamo con la Grande Crisi».

Ma, con lo sbarco dell’ayatollah Khomeini in Iran, è anche l’inizio dell’islamismo politico.

«Attenzione, non dimentichiamo l’irrompere della religione sulla scena politica. Quando arriva Khomeini se ne va, sconfitto, il democratico Jimmy Carter, un pastore protestante, che lascia il posto a Reagan. Dal Conclave esce un Papa di frontiera e rivoluzionario, Woytjla, che viene dall’Est europeo, in Polonia Solidarnosc tiene sotto scacco il regime, la stessa Europa comunista è a geometria variabile. Per riassumere: siamo dinanzi alla stagione della crisi identitaria dei vecchi sistemi geopolitici, in cui si riscontrano le vistose crepe dell’impero comunista. Ecco perchè parlo di “sgretolamento”, nel senso che, a saperli cogliere, c’erano seri indizi che l’equilibrio del terrore, nei termini tradizionali, non avrebbe più retto proprio per la crisi che avanzava nei territori sovietici e dei suoi satelliti».

D’accordo, però allora queste analisi erano tutt’altro che scontate: chi avrebbe mai immaginato, per esempio, il crollo del Muro di Berlino e la conseguente riunificazione tedesca?

«È vero, ma accenni di discorsi di questo genere si coglievano nei punti d’osservazione privilegiati che ho avuto la fortuna di frequentare. Diplomatici e studiosi, anche italiani, avevano intuito già allora il ventre molle dell’Est comunista: il gap informatico a vantaggio dell’Occidente che andava a sovrapporsi all’impatto delle tv satellitari nella testa e soprattutto negli sguardi delle opinioni pubbliche. È in quel modo che il mondo libero invade, per così dire, la quotidianità dell’”impero del male”, come lo chiamava Reagan. Direi che le menti più avvedute avevano colto la portata di questi cambiamenti, ma non si poteva certo prevedere la rapidità con cui si sono consumati i capitoli finali della guerra fredda».

In questo quadro l’area esplosiva del Medio Oriente è stato un fedele sensore degli equilibri fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

«È proprio così. Io arrivo in Libano nel settembre 1983, un anno dopo la strage di palestinesi a Sabra e Chatila, due campi profughi alla periferia di Beirut. L’ambasciatore Sergio Romano, che è un grande analista, nella prefazione del mio libro scrive puntuale che il Libano è un fragile orologio costruito dalla diplomazia dove ogni rotella corrisponde alle dimensioni di ciascuno dei gruppi etnici e religiosi che vivono in questa terra. La strage di Sabra e Chatila è stata terribile, ma la sofferenza dei palestinesi è continuata nel tempo. A metà degli anni ’80, i due campi-profughi sono stati assediati dagli sciiti. Sembrava un ossimoro: musulmani sciiti che volevano far morire di fame musulmani sunniti, appunto i palestinesi. Questi ultimi, attraverso un loro portavoce che viveva a Beirut, avevano denunciato la strage di un centinaio dei loro ragazzi, che avevano tentato una sortita da Chatila, per sottrarsi all’assedio. Io e due miei colleghi avevamo risposto: fateci vedere i cadaveri! Li avevano ammassati sotto un colonnato, alla periferia della capitale libanese. Era luglio, un caldo insopportabile. Noi avevamo le mascherine e, tutt’intorno, corpi ammucchiati, che il calore contribuiva a decomporre rapidamente. Il mio stomaco non ce l’ha fatta più. Mi sono allontanato. È in quella circostanza che Sami, il mio autista, mi ha salvato da un commando sciita che voleva rapirmi. Era il periodo in cui un giornalista americano che conoscevo bene, Terry Anderson, era stato catturato. Lo avrebbero tenuto prigioniero per sette anni e mezzo. È tornato a casa ma non è più lui».

Il Libano come paradigma del male?

«In modo più corretto direi che è stata la metafora di tutte le contraddizioni umane: il massimo della solidarietà, il massimo della violenza. Ho visto miliziani che dopo aver compiuto l’attentato soccorrevano i feriti. Insomma, cose che non stanno proprio in piedi».

Lei, fra l’altro, ha inseguito a lungo per intervistarlo Abu Nidal, il più temuto dei capi terroristi.

«Sì, non ci sono riuscito. In compenso ho intervistato a Damasco il numero due dell’organizzazione, Walid Kaled. Eravamo nel 1985, all’indomani della strage di Fiumicino, e io lavoravo in stretto contatto con una collega americana, Elaine Sciolino. Un incontro scioccante. Pongo a Kaled questa domanda: ma come potete ammazzare i vostri fratelli palestinesi, compresi donne e bambini, perchè li ritenete troppo moderati? E la risposta è agghiacciante, di una tristezza infinita: “Se vuoi colpire il cuore devi tagliare le vene”. Una frase molto, molto brutta e quando la racconto a Elaine lei si mette a piangere. C’è poi una coda: la collega americana, ad un ricevimento, pone ad esponenti del regime alcune domande imbarazzanti sulla strage di Hama, la città martire dei sunniti rasa al suolo da Assad padre: c’erano stati almeno 20 mila morti. Ebbene, qualche giorno dopo Elaine, che alloggiava come me allo Sheraton, viene prelevata da alcuni uomini. La incontro sull’ascensore e mi dice di avvisare subito l’ambasciata americana: cosa che faccio e per fortuna sarà rilasciata dopo pochi giorni».

Lei ha conosciuto e frequentato a lungo la leadership palestinese.

«Sì, tutti i leader: chi parallelo ad Arafat, lo storico laeder dell’Olp, chi in conflitto. Ho sempre avuto un buon rapporto con tutti. Bisogna anche ricordare che alcuni di questi comandanti erano cristiani ortodossi, una minoranza che conta nella galassia palestinese».

E di Arafat che idea s’era fatta?

«Geniale e cialtrone. In sostanza simpatico. Il presidente israeliano Peres, che aveva ricevuto insieme con lui il Nobel per la pace, mi diceva questo: è il massimo della saggezza e dell’imbecillità, la somma e la moltiplicazione di entrambe le caratteristiche. Il giudizio è duro, ma sostanzialmente vero. Io, Arafat, l’ho intervistato 24 volte. Uomo di grandi intuizioni e protagonista di grandi cialtronate. Ti riceveva di notte, nelle ore più impossibili, perchè così sfruttava a suo piacimento le deboli difese dell’interlocutore. Ancora oggi quando non riesco a prendere sonno penso alle lunghe interviste con lui: alcune hanno avuto grande eco, altre non le ho neppure scritte perchè non diceva nulla di interessante. Del resto sono tanti gli Arafat: il combattente, il diplomatico, l’ambiguo, il tattico scaltro, l’uomo del dialogo e l’intransigente, il corruttore, il patriota impettito che si irrigidiva sull’attenti e salutava commosso la bandiera quando la banda suonava l’inno palestinese A Tunisi, subito dopo l’attacco israeliano che nel 1984 demolisce il suo quartier generale, mi riceve per dirmi la favoletta che mentre piovevano le bombe lui era andato a fare jogging sulla spiaggia. In realtà, non poteva rivelare che americani e israeliani avevano convenuto di risparmiare i leader palestinesi, e che quindi era stato avvisato in tempo per scappare. Ma lui era fatto così: sapeva essere un imbonitore».

Veniamo all’attentato di Ali Agca e alla pista bulgara, che occupa un posto centrale nel suo libro.

«Quando si diffondono le prime notizie dell’inchiesta sull’attentato al Papa con le dichiarazioni dell’attentatore-confessore, Ali Agca, un killer dell’estrema destra turca dei Lupi grigi, le reazioni sono quasi unanimi: finalmente la verità. Agca aveva indicato i suoi tre complici a Roma, tutti bulgari, fra i quali il caposcalo Sergej Antonov. Le notizie romane avevano tutto per essere credibili. Il puzzle era chiaro, fin troppo, in quanto scontato: la mano di Mosca via Sofia per fermare il Pontefice venuto dall’Est. In quei giorni mi chiama il mio direttore Alberto Cavallari che, avendo intervistato Paolo VI, aveva buone entrature in Vaticano. Mi dice che su indicazione di un suo amico cardinale è opportuno inviare a Sofia un inviato fidatissimo e che risponda solo a lui. E quindi tocca a me. Io, nelle pagine che ho scritto, racconto di Andreotti che sin dall’inizio è sempre stato molto scettico nei confronti della pista bulgara. “Mi aspetto le prove”, mi disse. Molto persuasivo, e sulla stessa linea, è stato il nuovo nunzio a Sofia, monsignor Rizzi. Petar Mladenov, ministro degli Esteri dell’epoca e poi presidente bulgaro per un breve periodo dopo il crollo del Muro, mi diceva dei “nemici della distensione”. Decisiva è stata infine la testimonianza di un mio caro amico turco, Ugur Mumcu. Questo grande giornalista d’inchiesta, che nel 1993 purtroppo salterà in aria con un’auto imbottita di esplosivo, era stato fra i primi a lanciare la pista bulgara, per poi ricredersi e confessarmi di essere stato preso in giro dalle sue fonti. Difficilmente conosceremo l’identità del mandante dell’attentato a Giovanni Paolo II, una verità troppo scomoda e imbarazzante. Ma andrebbe presa in considerazione l’ipotesi di chi voleva sabotare, dopo la morte di Breznev, l’arrivo al potere prima di Andropov e poi di Gorbaciov, cioè di due riformatori».

E ora parliamo di Europa, fra ieri e oggi: è molto d’ambiente la sua intervista a Helmut Schmidt.

«Siamo a Venezia nel 1984 e questo grande leader socialdemocratico non è più cancelliere da un anno. Gli parlo per 45 minuti e tutto è reso più facile dal fatto che ero con la mia compagna di allora Agnes Spaak: Schmidt sapeva bene che lo zio di Agnes era l’ex ministro degli Esteri belga Paul Henry Spaak, uno dei padri dell’Europa. Ed è lo stesso uomo che nel ’74, da cancelliere, maschera un aiuto di 5 miliardi all’Italia, garantito da 5 tonnellate d’oro, come se fosse un’operazione tra le banche centrali. Un’iniziativa mai vista, quasi un golpe europeo a fin di bene. La cosa interessante è che terminata l’intervista, in cui s’era parlato del dollaro, della situazione internazionale e in particolare della Polonia del generale Jaruzelski, io me ne stavo andando quando mi richiama e con un ordine inatteso mi dice: “Riaccenda il registratore: devo dire qualcosa sull’Italia”. Un’intervista che fa parecchio scalpore perchè il cancelliere tedesco elogia la vitalità dell’economia italiana, di un Paese che fino a poco prima era ritenuto moribondo».

Un giudizio difficilmente collocabile nell’Italia di oggi.

«Le parole di Schmidt mi hanno colpito, perchè lì capivi che cosa vuol dire la solidarietà europea, che cosa significa in termini concreti l’europeismo. Un uomo del rango di Schmidt ammetteva in modo chiaro di aver sbagliato nel valutare l’Italia, che non eravamo più sull’orlo del precipizio, ma che ce l’avevamo fatta».

Lei, dividendosi fra l’abitazione di Atene e l’Italia, è in grado più di altri di raccontarci la Grande Crisi vista da due Paesi che, pur in modo diverso, sono i primi destinatari delle attuali politiche di austerità.

«La crisi si sente e si vede, eccome: purtroppo sono cose note. Vorrei però soffermarmi su cosa ci unisce e cosa ci divide. Ricordo che mio zio, cappellano della Julia che aveva partecipato alla guerra in Grecia, nel suo diario ha scritto: il nemico è meglio di come me lo aspettavo. Il mio amico Mikis Theodorakis, l’autore della colonna sonora di “Zorba il greco”, mi ha fatto un affresco incredibile. Durante la guerra era un partigiano comunista e la piazza di Tripoli, nel cuore del Peloponneso, era comandata da un ufficiale italiano che si chiamava Festuccio. Uno partigiano e l’altro comandante le truppe d’occupazione, che alla sera cantavano insieme “La donna è mobile” e con l’ufficiale italiano che salva su un camion militare Theodorakis ricercato dai tedeschi. Questo per dire che i greci non avevano antipatia per noi, che anzi dopo l’8 settembre ci aiutano a combattere le truppe tedesche. Ci distingue invece l’orgoglio nazionale, che i greci sentono moltissimo. Poi, intendiamoci, c’è una pericolosa deriva nazionalista come si sa, ma il corpaccione del Paese è sano: è con questo orgoglio identitario, di comune appartenenza ad una sofferenza collettiva, che i greci stanno affrontando la cura draconiana dell’Europa. Ed è con questo carattere e con questi sentimenti che riusciranno a salvarsi».

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