Giovedì 14 Novembre 2013

Omar Pedrini: «Rock e blues?

Viaggio all’interno di me stesso»

Omar Pedrini

Omar Pedrini lunedì 18 novembre sarà a Bergamo: nella sala Conferenze dell’Università, in Sant’Agostino (ore 17) dialogherà con il vescovo Francesco Beschi sul tema «Parlare dell’uomo in musica. Knockin’ on heaven’s door», invitato dal Centro Universitario Sant’Andrea e dalla Fuci; modera Ugo Bacci, giornalista dell’«Eco».

Il momento sarà aperto da un «francobollo musicale» per fiati offerto dagli allievi del Conservatorio «Donizetti». Pedrini resta una delle anime rock più pure del cantautorato italiano. Francesco Renga, che negli anni ’80 e ’90 era con lui nei Timoria, con la sua bella voce canta storie romantiche dai toni un po’ new age, piegando senza pietà le vocali. Pedrini è ancora di quelli che zappano sulla chitarra elettrica, è un musicista lirico e ruvido, piace per questo.

Viene da una famiglia di liutai. Si chiama Omar perché suo padre andava matto per i dribbling di Sivori. Ha studiato al liceo classico «Arnaldo» di Brescia e gli piace Omero: «Nell’Odissea c’è il passato, il presente e il futuro dell’uomo» - dice. Scrive poesie, ad esempio delicati componimenti haiku di tre righe («Acqua d’amore ai fiori gialli», Stampa alternativa).

Ama Pasolini e David Byrne, compra arte contemporanea. È un tipo molto eclettico, insomma. Fa teatro, ha partecipato al film di Pupi Avati «Il figlio più piccolo». Dal 20 al 24 novembre sarà in onda su Rai 5 la nuova edizione del suo programma «Pop!». Martedì invece il professor Pedrini ha ricominciato le sue affollatissime lezioni al master di Comunicazione musicale dell’Università Cattolica di Milano, «dove sono indegnamente docente per l’ottavo anno...».

Quello che conosceremo a Bergamo è «Omar 2.0», come si firma da una decina di anni: Il Pedrini «del nuovo millennio, dopo l’operazione al cuore». Dice infatti:«Sono più severo. Non sono diventato più “spirituale”, lo ero già. Mi rendo conto però che sono più esigente nel giudicare le cose, e me stesso. A volte sono anche un po’ insofferente: gli incontri umani di bassa qualità non mi interessano più».

Sul significato di artista racconta: «È chiaro, è necessario fare dei distinguo. “Arte” è spesso la parola più “bestemmiata” in questo momento: sono tutti artisti. L’artista però, nel senso vero è più puro del termine, ha sempre l’esigenza di cercare la verità dentro di sé e nel mondo. E la trasferisce agli altri attraverso ciò che fa. Ci sono persone pure, anche se rare - il saggio, il timorato di Dio - che ricercano la verità con chiarezza. Non vanno confuse con chi fa business. Spesso quelli che fanno musica non sono artisti».

A cosa serve questo suo «lavoro inutile» che è la musica? «A me serve a parlare dei miei bisogni, e vogliamo - con una battuta - a risparmiare i soldi dello psicanalista. A dare sfogo all’anima. Credo che alla fine i nostri viaggi siano all’interno di noi stessi. Io sono un “entronauta”, mi muovo verso il cuore. Verso il ventre del mondo».

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