Giovedì 09 Gennaio 2014

«Sapore di te» dei Vanzina

Pasotti finisce negli anni Ottanta

Giorgio Pasotti con Martina Stella in «Sapore di te»

Dopo trent’anni da «Sapore di mare», film cult dei Vanzina (fu quello che segnò il loro successo con un incasso, allora, di 10 miliardi di lire) arriva in sala «Sapore di te», una rivisitazione ambientata questa volta negli anni ’80, gli ultimi in cui - secondo i Vanzina - «esistevano ancora ottimismo e romanticismo» La coppia cinematografica torna a Forte dei Marmi attraverso il racconto di due estati (quelle del 1983 e del 1984) che offrono uno spaccato della società italiana di allora, tra bella vita borghese, craxismo, avvisaglie di Mani pulite.

Tanti giovani attori italiani nel film: Luca (Eugenio Franceschini) e Chicco (Matteo Leoni) sono due compagni d’università che si innamorano della stessa ragazza; c’è la famiglia Proietti, con Alberto tifoso romanista (Maurizio Mattioli), sua moglie Elena (Nancy Brilli) e la figlia diciassettenne Rossella (Katy Saunders), oggetto appunto della corte di Luca e Chicco. C’è poi il ministro De Marco (Vincenzo Salemme), socialista napoletano fedifrago, che si innamora di Daniela, soubrette di Drive In.

Tra i protagonisti c’è anche il bergamasco Giorgio Pasotti.

«Questo è il classico film corale dei Vanzina, in cui ognuni attore è protagonista della propria storia, e le vicende poi si intrecciano. Io sono Armando, un ragazzo che vive a Forte dei Marmi ed è un sognatore, vagheggia una vita avventurosa, alla Steve McQueen, moto, macchine, donne, il piede sempre premuto sull’acceleratore... Grandi spazi. Poi invece rimarrà a Forte dei Marmi perché scoprirà proprio lì il grande amore della sua vita, che lo terrà non solo ancorato al luogo, ma gli farà conoscere una realtà che non avrebbe mai pensato di incontrare davvero: un amore vero, la voglia di farsi una famiglia, di avere dei figli. Attraverso questo sentimento corrisposto da questa ragazza, che è poi Martina Stella, scoprirà un mondo sconosciuto per lui».

Per saperne di più leggi L’Eco di Bergamo del 9 gennaio

© riproduzione riservata