2030, più che crescere le aziende sostituiranno chi è in uscita
CAPITALE UMANO. Il rapporto con le previsioni Inapp-Prometeia: servono 3,5 milioni di lavoratori, ma i giovani calano. Per le imprese il passaggio di testimone è un’urgenza
Lettura 3 min.Da qui al 2030 le imprese italiane avranno bisogno di circa 3,5 milioni di lavoratori. Sembra il segnale di un’economia in espansione. Purtroppo non lo è. Quasi quattro assunzioni su cinque serviranno a coprire i posti lasciati liberi da chi va in pensione, cambia lavoro o si trasferisce: oltre 2,7 milioni di sostituzioni, contro circa 740 mila posti davvero nuovi.
Sono le previsioni dello «Scenario di medio termine per l’economia e l’occupazione», il rapporto curato da Maria Grazia Mereu per l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) con Prometeia, pubblicato recentemente. Non sono rilevazioni, ma stime costruite con modelli econometrici sulle informazioni disponibili. L’Osservatorio Delta Index le ha lette con il proprio focus verticale: che cosa significano per un’azienda che deve rinnovare l’organico puntando sui giovani.
Il nodo dei tecnici
Il dato più netto riguarda le figure su cui si regge la manifattura. Per le professioni tecniche, per artigiani, operai specializzati e agricoltori e per i conduttori di impianti, secondo le previsioni il fabbisogno sarà interamente di sostituzione: i posti nuovi saranno zero o in calo. Eppure serviranno circa 460mila tecnici, 262mila tra artigiani, operai specializzati e agricoltori, 185mila conduttori di impianti e macchinari. Oltre 900mila persone, solo per non lasciare vuote le postazioni di chi esce.
I numeri complessivi lo rendono ancora più chiaro. I tecnici in Italia erano 4 milioni e 531mila nel 2024 e saranno 4 milioni e 508mila nel 2030: di fatto gli stessi. Artigiani, operai specializzati e agricoltori scenderanno da 3 milioni e 705mila a 3 milioni e 567mila. Reparti che non si allargano, ma che andranno ripopolati.
Per un imprenditore il messaggio è semplice. Il reparto non crescerà, ma andrà rifatto quasi da capo. Chi oggi governa una linea, programma una macchina o coordina una squadra ha accumulato anni di esperienza. Quando uscirà, porterà con sé un sapere che nessun annuncio di lavoro può comprare già pronto.
Meno giovani in arrivo
Il problema è che dall’altra parte della porta ci sono sempre meno persone. Secondo il rapporto la forza lavoro italiana diminuirà da qui al 2030, soprattutto per il calo dei 15-24enni e delle età centrali. L’unica fascia in crescita sarà quella tra 55 e 64 anni: proprio quella che si avvicina all’uscita.
Nello stesso periodo la disoccupazione è prevista in discesa dal 7,8% del 2023-2024 al 6,2% del 2030. Tradotto: meno candidati disponibili, più aziende a contenderseli. Un mercato più stretto, in cui sempre più spesso è il candidato a scegliere.
Cambierà anche il profilo di chi bussa alla porta. I laureati passeranno da poco più del 23% della forza lavoro nel 2022 a circa il 28% nel 2030. Giovani più istruiti, ma meno numerosi, e proprio per questo più selettivi.
Ed è proprio il diploma il titolo su cui si giocherà la partita più grande: circa 1,56 milioni dei 3,5 milioni di lavoratori necessari, richiesti soprattutto per sostituire. Seguono i laureati, circa 1,33 milioni, dove pesano di più le professioni nuove. Per chi ha al massimo la licenza media il fabbisogno, circa 613mila persone, nasce solo dalle uscite.
Dove nascono i posti nuovi
I posti aggiuntivi, quei 740mila, si concentreranno altrove: nelle professioni intellettuali e scientifiche, nel commercio e nei servizi, nelle mansioni non qualificate. Le dinamiche più sostenute riguardano le professioni qualificate nei servizi sanitari e sociali, dove tra sostituzioni e posti nuovi serviranno ogni anno quasi 5 occupati ogni 100 già presenti. Seguono ingegneri, architetti, specialisti delle scienze della vita e delle tecnologie digitali. Qui i giovani laureati avranno più scelta, e le aziende più concorrenti.
La Lombardia corre di più
In Lombardia la pressione sarà più forte. Il modello stima tra il 2025 e il 2030 una crescita dell’occupazione dell’1,9%, contro l’1,7% della media italiana. I servizi aumenteranno del 3,2%, l’industria del 2%, mentre le costruzioni perderanno il 10,9% degli occupati: una frenata comune a tutte le regioni, che sconta la fine degli incentivi fiscali sulla casa e l’esaurirsi della spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) entro il 2027. Nel 2030 la regione produrrà il 23,2% del valore aggiunto italiano, più dell’intero Mezzogiorno, che si fermerà poco sopra il 22%.
Per le imprese lombarde significa sommare due domande: quella di chi va sostituito e quella di chi serve per crescere. Con un bacino di giovani che non si allarga.
Il tempo dell’affiancamento
È qui che le previsioni diventano una questione di organizzazione. Se gran parte delle assunzioni dei prossimi anni servirà a sostituire, il momento decisivo non è il giorno in cui il lavoratore esperto esce, ma gli anni che lo precedono. Un giovane assunto quando il senior ha già svuotato la scrivania trova un posto, non un mestiere. E il passaggio non si improvvisa in qualche settimana: in molti mestieri tecnici servono anni perché un giovane diventi autonomo.
Nel lavoro dell’Osservatorio Delta Index con le aziende il punto emerge spesso: la fatica non sta solo nel trovare i giovani, ma nell’inserirli in tempo e nel dare loro qualcuno da cui imparare. Un ragazzo della Generazione Z che entra in azienda vuole capire che cosa sta imparando e dove lo porterà. Un affiancamento chiaro, con un esperto che ha tempo e mandato per insegnare, risponde a entrambe le domande. Ed è anche uno dei modi più efficaci per trattenerlo: chi sente di crescere ha meno motivi per guardarsi intorno.
Il primo passo è quasi banale: guardare l’età delle persone reparto per reparto e chiedersi chi uscirà nei prossimi cinque anni, con quali competenze, e chi oggi sarebbe in grado di raccoglierle.
Dove la risposta è nessuno, l’assunzione di un giovane non può aspettare, e va programmata con lo stesso anticipo con cui si pianifica l’acquisto di un macchinario. Il ricambio non è un progetto per il futuro: è già un’urgenza.
Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz
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