AI e Gen Z, domanda d’obbligo sul management: chi forma i formatori?

CAPITALE UMANO. Per la Gen Z guidare un team non è più garanzia di crescita, ma un costo. Un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’IA. Mauri (Politecnico): «Spesso è il manager a frenarsi da solo».

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Non è solo un problema di ambizione. Secondo l’Osservatorio HR Innovation del Politecnico di Milano, la Gen Z guarda con crescente distacco al ruolo di manager, tradizionalmente inteso come tappa naturale di carriera. Il dato interroga le aziende: è un problema per l’organizzazione, o il segnale che il modello manageriale deve semplicemente cambiare pelle? Le generazioni precedenti associavano la crescita professionale al comando di un team. Per la Gen Z il legame non è più automatico: guidare persone è percepito come un costo (soprattutto di tempo e di impegno a discapito della vita privata), non necessariamente come un riconoscimento.

C’è poi un secondo nodo, più tecnico ma altrettanto urgente: un manager su cinque non conosce le implicazioni etiche dell’intelligenza artificiale. Non sa, cioè, distinguere con chiarezza quali attività si possono delegare alla tecnologia e quali restano di competenza delle persone. Un gap che rischia di rallentare l’adozione dell’IA nei team, proprio mentre i più giovani la usano con crescente disinvoltura, spesso senza attendere indicazioni dall’alto.

«Il paradosso - racconta da Martina Mauri -, è che spesso è il manager a frenarsi da solo. Nelle conversazioni informali con le aziende emerge un timore diffuso: quando un giovane collaboratore utilizza uno strumento che il manager non conosce, capita che non faccia domande, per paura di sembrare meno preparato di chi dovrebbe guidare. Il tema, allora, diventa chi forma i formatori: la scuola, l’azienda, o entrambe insieme».

È un rischio silenzioso, perché il manager resta comunque una figura centrale nell’accompagnamento all’uso dell’IA sul lavoro. Se rinuncia a interrogarsi su cosa sta facendo il proprio team, quella figura perde la capacità di trasferire l’innovazione dal singolo al resto dell’organizzazione, con il rischio che pratiche efficaci restino isolate invece di diventare patrimonio comune.

«La domanda che la Gen Z pone, in fondo - sottolinea Mauri -, non è se vuole comandare, ma se le aziende sanno offrire un modello di guida credibile: trasparente sull’uso dell’IA, capace di farsi correggere dai più giovani senza perdere autorevolezza, e disposto a imparare insieme a chi guida, invece di limitarsi a valutarlo dall’alto».

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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