Flat tax al 5% sugli aumenti ai giovani: l’idea di Giorgetti per la manovra

CAPITALE UMANO. Il ministro dell’Economia propone un’imposta al 5% sugli aumenti di stipendio riconosciuti dalle aziende ai giovani. Un modello diverso dalle proposte di Anghileri e Craxi. «Il cambiamento parte dall’impresa»

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Il 13 settembre, in videocollegamento con la festa dell’Udc, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha messo sul tavolo della prossima legge di bilancio una misura che riguarda direttamente chi assume e chi paga gli stipendi. «L’idea che ho messo sul tavolo» per i giovani, ha detto, è che «gli aumenti stipendiali che potrebbero essere riconosciuti dai datori di lavoro per i giovani sotto una determinata età potrebbero avere un trattamento fiscale agevolato». L’aliquota di cui parla il ministro è una cifra che le imprese hanno già in busta paga da gennaio: il 5 per cento.

Il precedente che il ministro cita

La legge di bilancio 2026 - legge 199 del 30 dicembre 2025, articolo 1, comma 7 - ha introdotto un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali pari al 5 per cento sugli incrementi retributivi corrisposti nel 2026 in attuazione dei rinnovi dei contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) sottoscritti tra il 2024 e il 2026. Il beneficio spetta ai dipendenti del settore privato che nel 2025 hanno avuto un reddito da lavoro dipendente non superiore a 33.000 euro e si applica direttamente in busta paga, senza domanda. L’Agenzia delle Entrate ne ha delimitato il perimetro con la circolare 2/E del 24 febbraio 2026 e ha completato le istruzioni operative con la circolare 3/E del 24 giugno.

È a questa misura che Giorgetti si aggancia. «Ricordo il grande successo che ha avuto l’iniziativa del governo, l’anno scorso, di riconoscere una tassazione flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali. Penso che questo successo possa essere trasferito, con i dovuti accorgimenti, anche su gli eventuali aumenti di stipendio riconosciuti ai giovani nelle aziende», ha spiegato il ministro. Cinque giorni prima, all’iniziativa della Lega «In tua difesa - verso la finanziaria 2027», aveva anticipato l’idea in forma più generica: un vantaggio fiscale per le imprese disposte ad alzare le retribuzioni, con particolare attenzione ai più giovani.

Dove cambia tutto: nelle aziende

Il passaggio decisivo sta in quelle tre parole finali. Oggi l’agevolazione segue il rinnovo del contratto nazionale: la decisione si prende ai tavoli di categoria, l’impresa la applica. Nell’ipotesi del ministro l’agevolazione seguirebbe l’aumento che la singola azienda decide di riconoscere a un singolo lavoratore giovane.

Cambia il soggetto che fa la prima mossa. E cambia la natura del vantaggio: non più automatico per tutti, ma legato a una scelta aziendale. Senza quella scelta, il beneficio non esiste. Il ministro lo ha detto esplicitamente: serve la cooperazione dei datori di lavoro insieme alla disponibilità dello Stato a riconoscere questo tipo di agevolazioni.

Le due proposte già in campo

L’idea arriva su un tavolo che non è vuoto. Il 5 giugno, al convegno di Rapallo dei Giovani Imprenditori di Confindustria, la presidente Maria Anghileri aveva lanciato l’esenzione dall’Irpef per gli under 35: fino a mille euro in più al mese nel primo anno di lavoro, con un meccanismo decrescente su cinque anni e una soglia di reddito a 50.000 euro. «Mille euro che cambiano la vita», aveva detto dal palco.

Il 4 agosto quella proposta ha preso la forma di un testo parlamentare: il disegno di legge 2006, prima firmataria Stefania Craxi, che prevede in via sperimentale l’esenzione totale dall’Irpef per i lavoratori tra i ventiquattro e i trent’anni assunti a tempo indeterminato, per tre anni, entro un limite di spesa di 6 miliardi di euro l’anno.

Chi mette il differenziale

Le due impostazioni rispondono alla stessa domanda (come far crescere il netto dei giovani) con due filosofie opposte.

Nel disegno di legge il differenziale lo mette interamente lo Stato: il neoassunto vede più soldi in busta paga senza che l’azienda abbia cambiato nulla nella propria politica retributiva. Nell’ipotesi del ministro dell’Economia lo Stato interviene su una decisione che l’impresa ha già preso: prima l’aumento, poi lo sconto fiscale che lo fa pesare di più.

Per chi si occupa di attrattività aziendale la differenza non è tecnica, è sostanziale. Un’impresa che diventa attrattiva perché il fisco esenta il neoassunto non ha costruito nulla di proprio: quando la misura scade, il vantaggio sparisce e non lascia traccia nell’organizzazione. Un’impresa che decide di alzare la retribuzione di un giovane, e vede quell’aumento arrivare quasi intero in busta paga, sta usando una leva che resta sua anche dopo.

Attrarre o trattenere

C’è però un limite che le due proposte condividono, ed è lo stesso da cui nasce il lavoro dell’Osservatorio Delta Index.

Il disegno di legge guarda all’ingresso: premia l’assunzione. L’ipotesi Giorgetti guarda a chi è già dentro: premia la crescita retributiva di chi un posto ce l’ha. Nessuna delle due tiene insieme i due momenti, che nella vita di un giovane lavoratore sono lo stesso problema visto a due anni di distanza.

E un’agevolazione costruita sull’incremento porta con sé una domanda che riguarda direttamente le aziende: premia chi cresce, non chi parte bene. Che cosa succede all’impresa che il giovane lo assume già con una retribuzione dignitosa, e che quindi ha meno margine di aumento da mettere sul tavolo? È una domanda tecnica solo in apparenza.

Quello che ancora non c’è

Al momento non esiste una misura, esiste un’idea. Mancano l’aliquota definitiva, la soglia d’età, la platea, gli eventuali tetti di reddito, le coperture. E manca il punto che più interessa chi gestisce il personale: se l’agevolazione riguarderebbe gli aumenti individuali, i premi di risultato, gli incrementi da rinnovo contrattuale o soltanto una parte di queste voci.

Lo ha riconosciuto lo stesso ministro: «Sono tutte idee che devono essere discusse nella coalizione di governo». Il percorso è quello della legge di bilancio, in un autunno che Giorgetti ha indicato come possibilmente l’ultimo della legislatura.

Nel frattempo, però, una cosa le imprese possono già chiedersela. Se davvero la prossima manovra decidesse di premiare chi alza gli stipendi ai giovani, la domanda non sarebbe più «quanto mi conviene assumere», ma «di quanto sono disposto a far crescere chi ho già in casa». È una domanda che il fisco può incentivare. Rispondere, però, tocca all’azienda.

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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