Il 60% della Generazione Z teme un lavoro che non saprà amare
CAPITALE UMANO. Ricerca dell’Hub della Conoscenza su 6.000 studenti lombardi fa cadere il mito che ai ragazzi non interessi lo stipendio: stabilità economica uno degli obiettivi principali
Lettura 4 min.Sei studenti lombardi su dieci hanno paura di ritrovarsi, un giorno, in un lavoro che non amano. È il dato più preoccupante di «Next Gen Power», la ricerca condotta su oltre 6.000 studenti delle scuole superiori da Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano, per l’Hub della Conoscenza che dialoga con Delta Index e ne condivide l’impostazione: capire le nuove generazioni serve, prima di tutto, a capire cosa chiedono al lavoro. Ed è un dato che riguarda direttamente le aziende: chi sa leggerlo ha in mano uno strumento in più per diventare un datore di lavoro più attrattivo.
Perché di lavoro, in fondo, parlano anche i capitoli della ricerca che sembrano occuparsi d’altro. Nel capitolo dedicato alla scuola, il 41% degli studenti lamenta un collegamento troppo debole con il mondo del lavoro. In quello sull’intelligenza artificiale, quasi uno studente su due (47%) teme che la tecnologia porti via posti di lavoro. E nelle risposte aperte, dove i ragazzi hanno potuto scrivere con parole proprie cosa temono per il futuro, il tema dell’inserimento lavorativo e dell’autonomia economica raccoglie da solo quasi la metà delle citazioni. Il lavoro è la lente attraverso cui questi 6.000 ragazzi lombardi guardano il proprio futuro. La ricerca, promossa dall’Hub della Conoscenza con il supporto di Cassa Padana Bcc, Anci Lombardia e della rete Informagiovani di Anci Lombardia, è stata presentata al Festival dell’Economia di Trento.
Il mito sfatato
Il primo dato smentisce uno stereotipo ricorrente, quello dei «giovani che non vogliono lavorare». Il 54% degli studenti indica l’indipendenza economica come principale obiettivo di vita, il 53% vuole stare bene con se stesso, il 52% desidera un lavoro coerente con le proprie passioni e il 47% considera fondamentale l’equilibrio tra vita personale e professionale. Parole d’ordine pragmatiche, non ideologiche: stabilità, coerenza, sostenibilità. Anche nelle risposte aperte il tono resta pragmatico più che ideologico: un’altra fetta consistente di risposte, il 39%, mette al centro il benessere personale e la qualità della vita più che la carriera in sé.
Ma la stessa area tematica racconta anche l’altra faccia della medaglia. Il 60% degli intervistati teme di essere costretto a svolgere un lavoro che non ama, il 45% ha paura di non trovare opportunità adeguate, quasi altrettanti (44%) temono semplicemente di non riuscire a raggiungere una condizione stabile, il 31% teme di dover accettare troppi compromessi e il 30% dichiara apertamente di sentirsi potenzialmente «non all’altezza». È un dato che smentisce un altro luogo comune, quello dei giovani a cui «non interessa lo stipendio»: la paura di non raggiungere la stabilità economica dice l’esatto contrario, perché dietro c’è il bisogno concreto di costruirsi una vita - una casa, una famiglia, un’autonomia - che senza stabilità resta un progetto sulla carta. Un dato che per le imprese ha un peso specifico enorme: non è la motivazione a mancare, è la fiducia di trovare un contesto capace di accoglierla e valorizzarla. Gli studenti non immaginano vite facili, scrivono i ricercatori, ma sostenibili: con equilibrio tra lavoro, benessere mentale e possibilità di progettare il futuro.
Scuola, gap con il lavoro
Il rapporto con il sistema scolastico emerge come uno dei nodi più critici. Il 60% degli studenti cambierebbe il sistema di valutazione e il carico di studio, il 53% le metodologie didattiche; torna anche qui il nodo del collegamento debole con il mondo del lavoro (41%), già anticipato in apertura. Nelle risposte aperte, il tema del carico di studio e della valutazione da solo raccoglie il 31% delle citazioni, con toni prevalentemente critici e la richiesta esplicita di sistemi più equi; il collegamento con il mondo del lavoro, pur pesando meno in termini quantitativi (16%), viene descritto come urgente: tirocini, orientamento, competenze pratiche sono percepiti come un vuoto da colmare subito, non a percorso concluso. Dalle risposte aperte affiora la richiesta esplicita di più educazione finanziaria, competenze pratiche, orientamento professionale ed educazione emotiva: strumenti che gli studenti percepiscono come assenti proprio nel passaggio più delicato, quello verso l’ingresso nel mercato del lavoro.
IA, usata ma non insegnata
Sul fronte tecnologico il 71% degli adolescenti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale per lo studio e la scrittura, ma il 56% ritiene che la scuola non stia fornendo competenze adeguate per affrontare la trasformazione in corso. La paura principale, però, non è la sostituzione del proprio ruolo lavorativo: il 62% teme soprattutto la perdita della creatività umana e del valore distintivo delle persone in una società sempre più automatizzata, contro il 47% che teme la perdita di posti di lavoro.
Tra le competenze considerate cruciali per il futuro, gli studenti indicano al primo posto quelle digitali e tecnologiche (68%), seguite dalla capacità di adattarsi e imparare continuamente (54%) e dal pensiero critico (34%). Una generazione che convive già con l’intelligenza artificiale, ma che chiede di poterla governare invece di subirla, e che imputa proprio alla scuola il ritardo nel fornire gli strumenti per farlo in modo consapevole.
Il peso della geopolitica
Il dato più netto riguarda però la percezione del contesto globale. L’80% degli intervistati considera guerre e conflitti il principale rischio per la propria vita futura, mentre il 66% teme crisi economiche e instabilità sociale, il 37% l’instabilità politica. Nelle risposte aperte il rischio economico domina con il 39% delle citazioni – inflazione e costo della vita percepiti come la preoccupazione più concreta e immediata – seguito dagli scenari di conflitto, che generano un’ansia diffusa e «sentita come reale e vicina» nelle parole dei ricercatori.
Sul fronte dell’informazione emerge un paradosso: il 42% denuncia un eccesso di notizie che genera confusione, il 44% ritiene che i temi internazionali siano raccontati in modo poco chiaro, il 39% li giudica semplicemente troppo complessi.
Più che disinteressati, i ragazzi appaiono sopraffatti dalla complessità del presente: percepiscono la politica internazionale come lontana dalla vita quotidiana, ma non per mancanza di curiosità.
Cosa cambia per le aziende
Per le imprese lombarde, i dati di Next Gen Power raccontano qualcosa che riguarda anche il mondo del lavoro che questi ragazzi troveranno tra pochi anni. La difficoltà delle aziende ad attrarre e trattenere i giovani non nasce da un rifiuto del lavoro, ma da una distanza tra ciò che i ragazzi cercano - stabilità, un lavoro coerente con le proprie passioni, un ambiente che non tradisca la fiducia riposta - e quello che trovano davvero quando entrano in azienda.
La paura di «non essere all’altezza» riguarda da vicino il primo periodo in azienda: se i primi mesi non sono seguiti bene, quell’ansia rischia di trasformarsi in un abbandono precoce. La richiesta di orientamento e di competenze pratiche riguarda la formazione interna, che spesso è pensata per chi ha già esperienza e non per chi deve ancora costruirsela. E il timore di perdere valore umano nell’uso dell’intelligenza artificiale ricorda alle aziende che le competenze digitali da sole non bastano: servono affiancate a quelle relazionali e critiche. Non basta più dirsi accoglienti verso i giovani: bisogna dimostrarlo nei fatti, fin dal primo giorno.
È una lettura che va nella stessa direzione di quanto osserva Delta Index studiando il rapporto tra aziende e nuove generazioni: la ricerca del Politecnico guarda a questi temi dal punto di vista dei ragazzi, Delta Index dal punto di vista delle imprese. Messe insieme, le due prospettive raccontano la stessa urgenza.
Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz
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