Il lavoro non si conosce se scuola e impresa restano separati

CAPITALE UMANO. Per i giovani il vero disorientamento non è la scelta del mestiere: è non sapere cosa sia il lavoro. Elisa Zambito Marsala (manager Intesa Sanpaolo): «Scuola e impresa devono collaborare insieme, non in sequenza».

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C’è una domanda che torna ogni volta che un’azienda si lamenta di non trovare i giovani giusti. Perché il lavoro è ancora un mondo così lontano da chi si sta preparando a entrarci? Elisa Zambito Marsala, che guida la struttura Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo e dall’osservatorio Look4ward studia i fabbisogni di competenze del sistema produttivo italiano, ha una risposta chiara: il disorientamento è doppio, e la soluzione non può arrivare da uno solo dei due lati.

È la quarta puntata della video intervista dell’Osservatorio Delta Index. Nelle prime tre, Zambito Marsala aveva già affrontato le questioni più urgenti: la Gen Z come futura leadership italiana, le soft skill come competenza prioritaria, il ruolo della formazione nel costruire personalità capaci di stare nella complessità. Questa puntata tocca il punto più delicato: non la competenza che manca, ma la comprensione di fondo. I giovani non sanno cosa significa davvero lavorare in un’azienda. Le aziende, soprattutto le più piccole, non sanno come spiegarlo.

Un disorientamento che va oltre la scelta del mestiere

Si parla spesso di orientamento come se fosse una questione di vocazione. Ma il problema che Zambito Marsala descrive è più profondo. Non riguarda la scelta del mestiere. Riguarda la comprensione di cosa significhi stare dentro un’organizzazione, rispettare scadenze reali, collaborare con persone che non si sono scelte.

«Abbiamo bisogno di integrare sempre di più i percorsi scolastici con il tessuto produttivo e dei servizi», dice. «L’orientamento diventerebbe molto più semplice perché la frequenza di questi mondi - che non devono essere separati ma sempre più integrati - porterebbe a una maggiore sincronizzazione rispetto ai fabbisogni reali delle imprese». Dal lato delle aziende il problema è speculare: mancano linguaggio, presenza, continuità. Si va nelle scuole una volta l’anno e ci si aspetta che i ragazzi capiscano da soli.

Insieme, non in sequenza

Il modello che Zambito Marsala critica è quello che ancora separa i due momenti: prima la scuola forma, poi l’azienda impiega. «Scuola e impresa devono collaborare insieme, non in sequenza. Chi pensa che la formazione finisca quando il ragazzo entra in azienda si riferisce a un modello non più attuale».

L’Osservatorio Delta Index misura esattamente questo, analizzando le otto dimensioni dell’attrattività aziendale verso la Generazione Z. Le imprese che ottengono i risultati migliori non sono le più grandi né quelle che pagano di più. Sono quelle che costruiscono un rapporto con i giovani prima che questi diventino candidati: entrano nelle scuole, ospitano studenti in percorsi reali, raccontano il lavoro quotidiano senza filtri istituzionali.

Il mismatch comincia prima del colloquio

Il mismatch tra domanda e offerta di lavoro in Italia è strutturalmente alto. Parte del problema è tecnico: mancano certi profili, certe specializzazioni. Ma una parte rilevante è più difficile da risolvere: le due parti non si conoscono. «Questa integrazione tra il mondo scolastico e il tessuto produttivo porta a ridurre il mismatch», dice Zambito Marsala, «e a contrastare un tasso di disoccupazione giovanile che in Italia continua a essere tra i più alti in Europa».

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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