Meno giovani disoccupati, ma non più giovani al lavoro
CAPITALE UMANO. Il bollettino del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro registra il calo più forte tra i 15-24enni. Ma gli occupati calano e 98mila ragazzi in più escono dal mercato: il bacino si svuota
Lettura 3 min.Sulla carta è la notizia migliore dell’anno per chi ha meno di venticinque anni. La disoccupazione giovanile scende dal 21,5% al 18,3%: 3,2 punti in dodici mesi, il calo più forte fra tutte le classi di età. In un Paese abituato a contare i giovani senza lavoro, un titolo così si scrive quasi da solo. Il problema è che quel numero, preso da solo, racconta la storia sbagliata.
Il conto che non torna
Il nuovo Bollettino sul mercato del lavoro del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, costruito con l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, mette in fila i dati del secondo trimestre 2026. Basta leggerli tutti per accorgersi che qualcosa non quadra. I 15-24enni occupati non aumentano: scendono da 1.053.000 a 1.039.000, quattordicimila in meno. Il tasso di occupazione passa dal 18% al 17,7%.
Dove sono finiti, allora, i disoccupati? In questa fascia chi cerca lavoro passa da 288mila a 233mila persone. Cinquantacinquemila in meno. Ma non sono entrati in azienda. Nello stesso periodo gli inattivi, cioè chi un lavoro non ce l’ha e non lo cerca, salgono da 4.510.000 a 4.608.000: 98mila in più. Il tasso di inattività passa dal 77,1% al 78,4%. Non è nemmeno un effetto della denatalità. Sommando occupati, disoccupati e inattivi, la popolazione tra i 15 e i 24 anni risulta persino un po’ cresciuta. I ragazzi ci sono ancora (per ora...). Semplicemente, meno di loro si presentano sul mercato del lavoro.
Chi ricorda il dato mensile di luglio, con la disoccupazione giovanile al 18,9%, non ci veda una contraddizione. Lì l’Istat misura l’andamento mese su mese, qui il Cnel confronta il trimestre con lo stesso periodo del 2025. Su un punto, però, le due fotografie coincidono: il tasso di occupazione dei più giovani è l’unico che arretra.
Chi studia e chi si ferma
Serve onestà sul dato. Tra gli inattivi di questa età ci sono in larga parte studenti, e lo stesso Cnel ricorda che l’innalzamento dei livelli di istruzione ha spostato più avanti l’ingresso nel lavoro. Il bollettino non separa chi resta fuori perché studia da chi ha smesso di cercare. Non si può quindi dire che quei 98mila siano tutti scoraggiati.
Per un’impresa, però, la distinzione cambia poco. Che siano sui libri o fermi ad aspettare, sono ragazzi che oggi non rispondono agli annunci. Il bacino dei candidati sotto i 25 anni si stringe, anche se i giovani non spariscono.
Il segnale positivo arriva dai 25-34enni
La fascia successiva racconta un’altra storia, e questa volta i numeri stanno tutti dalla stessa parte. Il tasso di occupazione dei 25-34enni sale dal 69,2% al 70,4%, gli occupati crescono di 82mila, la disoccupazione scende dal 9,7% al 9% e calano anche gli inattivi, 44mila in meno. È un miglioramento vero, non un’illusione ottica. Ma è anche la fascia che le aziende si contendono. Più giovani assunti significa più giovani con alternative sul tavolo. Il mercato li assorbe, e proprio per questo può portarli via.
Due senior per ogni under 35
Il titolo del bollettino, del resto, non parla di giovani. Parla di over 50. Tra i 50 e i 64 anni lavorano 9.564.000 persone, circa il 39% degli occupati italiani, 327mila in più in un anno. Il loro tasso di occupazione è al 68,3%, il valore più alto di una serie che nel 2004 partiva dal 42,1%. Mettendo le due generazioni una accanto all’altra, il rapporto salta all’occhio. Gli under 35 al lavoro sono 5.393.000. Per ogni giovane occupato ci sono quasi due lavoratori tra i 50 e i 64 anni. E ogni anno una parte di quei quasi dieci milioni si avvicina alla pensione, mentre il ricambio fatica a entrare dalla porta principale.
Aspettare i curriculum non basta più
Qui la statistica diventa un problema di gestione. Se i ragazzi che si candidano sono meno, l’azienda che pubblica un annuncio e aspetta riceve meno risposte. E le riceve dagli stessi profili che tutti gli altri stanno già corteggiando.
L’Osservatorio Delta Index vede lo stesso nodo dal lato delle imprese. Nel rapporto dell’Osservatorio il 12,2% delle aziende analizzate non ha alcun rapporto con scuole, istituti tecnici superiori e università. Un altro 23,4% si ferma a open day ed eventi, senza progetti costruiti insieme. Più di un’impresa su tre, quindi, incontra i giovani solo quando sono già sul mercato. Proprio il momento in cui, numeri del Cnel alla mano, sempre meno di loro si fanno trovare.
Dove andarli a cercare
Il primo pilastro del Delta Index, attrarre, non si esaurisce più in un annuncio ben scritto o in un contratto a tempo indeterminato offerto al primo colloquio. Si gioca prima: nelle classi, nei laboratori, nei percorsi di formazione scuola-lavoro e di apprendistato progettati insieme agli istituti. È lì che un ragazzo di diciassette anni incontra per la prima volta un’impresa e decide se vale la pena tornarci. Il secondo pilastro, selezionare, cambia di conseguenza. Con meno candidati spontanei, ogni contatto costruito prima conta di più. E ogni colloquio gestito male pesa il doppio. La disoccupazione giovanile che scende è una buona notizia solo se i ragazzi escono dalle liste per entrare in azienda. Quando escono dal mercato, per un’impresa è un campanello d’allarme. Chi li aspetta in fondo al percorso rischia di non vederli arrivare.
Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz
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