Soft skills: la scuola le dichiara, le aziende le pretendono. Chi le insegna?

CAPITALE UMANO. Elisa Zambito Marsala, top manager di Intesa Sanpaolo: l’allenamento alle soft skill deve iniziare sui primi banchi. Ma il mondo del lavoro non può limitarsi a pretenderle: deve coltivarle.

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Tutti le citano. Poche le insegnano davvero. Le soft skills sono diventate la parola d’ordine del mercato del lavoro contemporaneo, ma tra il dichiararle e il coltivarle c’è una distanza che le imprese pagano ogni giorno, quando i nuovi assunti arrivano tecnicamente preparati e umanamente impreparati. Elisa Zambito Marsala, responsabile Education Ecosystem and Global Value Programs di Intesa Sanpaolo, ha le idee chiare: la responsabilità non è solo della scuola. Ma l’allenamento deve cominciare lì, e deve cominciare presto.

Soft skills non si improvvisano: servono anni

Il punto di partenza è questo: le soft skills non si acquisiscono in un corso di tre giorni, né in un onboarding aziendale ben confezionato. Sono competenze che si costruiscono per accumulo, per ripetizione, per esposizione progressiva alla complessità. Zambito Marsala lo dice con chiarezza: bisogna cominciare a esercitarsi sui primi banchi di scuola. Altrimenti, quell’allenamento non avviene, e quando arriva il momento di decidere - in un contesto difficile, sotto pressione, con variabili che cambiano - il riflesso non c’è.

È una questione di abitudine cognitiva prima ancora che di competenza tecnica. La capacità di analizzare una situazione complessa, di trovare soluzioni praticabili, di lavorare in squadra senza perdere la propria direzione: tutto questo non si accende con un interruttore. Si costruisce nel tempo.

Il mondo del lavoro non può chiamarsi fuori

Ma la scuola da sola non basta. E Zambito Marsala non lascia dubbi su questo punto: anche il mondo del lavoro deve fare la sua parte. Non come alternativa alla formazione scolastica, ma come proseguimento naturale di un percorso che - se interrotto all’ingresso in azienda - diventa inefficace.

In azienda, le soft skills non sono più un esercizio: diventano il campo di gioco reale. Il contesto geopolitico internazionale è complesso, i mercati sono instabili, le organizzazioni cambiano forma con una velocità senza precedenti. In questo scenario, servono persone in grado di analizzare, studiare, decidere, trovare soluzioni ai problemi e costruire alleanze. Non bastano le competenze tecniche - per quanto necessarie - se non sono accompagnate da una personalità solida, capace di reggere l’incertezza senza bloccarsi. Questo è il profilo che le imprese cercano. Ed è anche quello che faticano a trovare.

Un problema di sistema, non di generazione

È facile - e sbagliato - leggere questa lacuna come un difetto della Generazione Z. Il problema non è generazionale: è sistemico. Una scuola che dichiara le soft skills senza allenarle, un mondo del lavoro che le pretende senza coltivarle, e una generazione che si trova nel mezzo, spesso senza strumenti adeguati per rispondere alle aspettative di entrambi.
L’Osservatorio Delta Index misura questa distanza ogni giorno, nelle aziende del territorio. I dati del Rapporto 2024 mostrano che solo il 25,5% delle imprese valuta le soft skills nel processo di selezione, e meno del 10% ha un onboarding strutturato che accompagni il nuovo assunto oltre il primo mese. La responsabilità, in altre parole, è condivisa. E finché non viene riconosciuta come tale - dalla scuola, dalle aziende, dalle istituzioni - il mismatch continuerà a crescere.

È questa la terza pillola dell’intervista che Delta Index ha realizzato con Elisa Zambito Marsala. Il ciclo prosegue ogni settimana con un nuovo approfondimento. L’intervista integrale è disponibile su deltaindex.it, nella sezione Delta Index Tv del DI Journal.

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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