Domenica 01 Dicembre 2013

Dalle carte di Tolkien

spunta un poema su Artù

La caduta di Artù di Tolkien

Nessuna opera d’immaginazione, eccetto l’Eneide, ha mai fatto di più per plasmare la leggenda d’un popolo». Non sappiamo se le parole di sir Edmund Chambers, datate 1927, rispondano a verità: ma è certo che il mito arturiano, varato nel XII secolo dalla Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth, ha dimostrato una longevità, versatilità, prolificità, capacità di sopravvivenza da vero archetipo fondativo. Ed anche un assai più recente fabbro di nuove mitologie, come J. R. R. Tolkien, non rimase certo immune dal suo fascino plurisecolare. Il creatore de «Lo Hobbit» e del «Signore degli Anelli», prima di essere visitato da quei fantasmi, da quei nuovi mondi, affatto inediti e tutti suoi, diede anch’egli una sua versione della favola di Artù e Lancillotto. Prova ne è questo «La caduta di Artù» (Bompiani, pp. 300, euro 20), che il terzogenito figlio di J. R. R., Cristopher, esecutore del suo lascito letterario, ha cavato dalle sudatissime carte paterne. Un poema incompiuto, 956 versi in quattro canti finiti ed un quinto lasciato poco oltre gli inizi. E si capisce: visto il sopravvenire del «grande cambiamento» che lo avrebbe portato verso Numenor, fors’anche l’ardua laboriosità della mimèsi, tentata da Tolkien, del verso allitterativo tipico dell’«antica letteratura norrena». Lo sforzo di restituire lingua lessico ritmi e metriche di quell’Old English in un metro analogo in inglese «moderno». Dietro al Tolkien volgarizzato da film e immagine popolare, scopriamo qui lo studioso coltissimo, il grande erudito, il fine filologo e metricista, il professore di Anglo-Sassone all’Università di Oxford, capace di riportare in vita antiche tradizioni e ritmi perduti. Un MacPherson/Ossian novecentesco, che, invece di contraffare ex novo l’epica di un bardo gaelico, decide di applicarsi ad uno dei più fecondi e sfruttati nuclei narrativi della cristianità. Un Carducci e Pascoli d’Albione, con relativo spasmo dalla mitologia classica greco-latina a quella brumosa del Nord Europa, la cui estrema forza/vitalità germinativa fu, non caso, riscoperta e innalzata a vessillo da Preromantici e Romantici propriamente detti, cioè inglesi e tedeschi.

Vincenzo Guercio

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