La giovinezza di Teresa nella luce intensa della Puglia

La giovinezza di Teresa
nella luce intensa della Puglia

«Il sole aveva allentato la presa, adesso la luce era così avvolgente e perfetta da farmi desiderare che restasse uguale per sempre». Se avessimo dovuto scegliere noi una copertina per il romanzo di Paolo Giordano «Divorare il cielo» (Einaudi) avremmo di certo indicato uno degli scatti con cui il celebre fotoreporter Ferdinando Scianna racconta la Puglia, forse proprio un tramonto, perché nelle sue pagine ritroviamo la stessa atmosfera calda e rarefatta.

La periferia di Bari, i colori, i contrasti: gli edifici diroccati, gli ulivi, le masserie di lusso. Un campo lungo cinematografico in cui la luce lentamente cambia e trasforma i luoghi, la prospettiva, le persone.

La materia che lo scrittore tratta è intricata, ricca, densa e scivolosa. Parte dalla giovinezza di Teresa, una quattordicenne torinese che ogni estate torna a Speziale per le vacanze nella villa della nonna. Lì accanto c’è una masseria dove abita una coppia con tre ragazzi, più o meno della sua età: soltanto uno, Nicola, è loro figlio naturale, gli altri due, Bern e Tommaso, sono stati adottati. Teresa si aggiunge questo bizzarro gruppo familiare per curiosità, per caso e per gioco. È catturata dal fascino inquieto di Bern, che diventerà il suo più grande amore.

I protagonisti attraversano l’adolescenza negli Anni Novanta - come è accaduto allo scrittore, classe 1982 - nello stesso periodo, quindi, che fa da sfondo anche al suo primo bestseller «La solitudine dei numeri primi». Il tono e lo sguardo, però, sono diversi: in questo romanzo è come se Giordano si congedasse dalla giovinezza, dagli eccessi, le trasgressioni, gli ideali, il desiderio di assoluto. La narrazione - che svela strada facendo una certa complessità, con qualche forzatura - è filtrata e modellata dai ricordi, dai pesanti strascichi che le passioni e gli errori commessi lasciano nell’età adulta. Lo scrittore rievoca quelle amicizie vischiose in cui accade di smarrire, in una sorta di simbiosi, i confini tra sé e l’altro, mentre l’identità ancora fatica a definirsi. Parla di amori tormentati e torbidi, pieni di vertigine, impossibili da dimenticare, segnati dalla lontananza, da emozioni frenate, da parole non dette. Disegna un intreccio fitto di anime e destini - pieno di citazioni e rimandi letterari, dalle Sacre Scritture al Barone rampante di Calvino - nelle stanze di una decadente masseria pugliese. Alla fine, però, da burattinaio esperto, tira i fili, lasciando emergere la capacità e la fatica di crescere, di sostenere il peso delle proprie scelte, di perdonare, per arrivare al momento in cui davvero «la luce è perfetta» e si può andare avanti.

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