Borra: «Vaccinarsi, un atto di giustizia sociale a difesa dei deboli»

Il direttore sanitario del «San Marco» di Zingonia, Giancarlo Borra: «Meno ricoveri Covid permettono di curare gli altri malati».

Borra: «Vaccinarsi, un atto di giustizia sociale a difesa dei deboli»
Giancarlo Borra, medico legale, è direttore sanitario al Policlinico «San Marco» di Zingonia

«Guardi che io ho una paura terribile del Covid e trovo che vaccinarsi sia anche un obbligo morale, un atto di giustizia sociale». Parola di Giancarlo Borra, direttore sanitario del Policlinico San Marco di Zingonia, più di 55 anni di professione alle spalle, oltre duemila autopsie eseguite come medico legale.

Professore, e quando s’è ammalato nella primavera 2020 com’è andata?

«Tutto sommato, meno peggio rispetto ad altri. Sono rimasto in casa una quindicina di giorni. Mi ha curato il mio amico Bruno Balicco e mi hanno assistito le mie figlie, Miriam e Simona. Sembravano marziane: impermeabile plastificato, doppia mascherina, doppi guanti e calzari, occhialoni, uso abbondante di disinfettante. Io stesso, che pure ne ho viste di tutti i colori, nel ritrovarmi in questo paesaggio alieno ho ripreso in mano la mia biografia: l’Università a Pavia, la libera docenza. Accidenti, mi sono detto, ma questa del Covid non stava scritta da nessuna parte. Ecco, il sentimento iniziale, che ha preso me e un po’ tutti i colleghi è stato quello dell’impotenza, prigionieri di un evento imprevisto e, in modo specifico, senza precedenti nella letteratura scientifica».

Guerra e trincea erano i termini ricorrenti, forse un po’ abusati.

«Sì, ma non era un modo di dire. Non posso dimenticare l’impatto devastante della pandemia. La condizione vissuta di una tragedia contagiosa era proprio quella. Alcuni medici ed infermieri colpiti dal virus che lavorano con me a Zingonia sono stati malissimo. Persone tornate poi in trincea ancora con qualche postumo. Davvero ammirevoli, anzi colgo l’opportunità de “L’Eco” per ringraziare di cuore tutto il personale di Zingonia. Vede, l’epidemia ha proiettato anche i medici in un baratro al buio. In una terra sconosciuta. L’esperienza l’abbiamo fatta sul campo, con impegno e buona volontà. Anche per questo ritengo che alcune valutazioni critiche, extra sanitarie, debbano ponderare bene il fattore dell’eccezionalità, lo squilibrio fra la proporzione delle forze in campo e la potenza micidiale del virus».

Ecco una variante: il medico che si ritrova dall’altra parte, quella del paziente.

«È un tema umano e professionale che ci fa discutere. Anche qui, nei termini tristemente noti, s’è trattato di una prima volta. Fino alla situazione precedente avevamo due comportamenti distinti: il medico sensibile, che ritiene il suo atto non puramente curativo ma legato ad un rapporto continuo sia con il malato sia con i familiari, e il medico che viceversa ritiene esaurito il proprio compito nell’orizzonte puramente tecnico. La pandemia ha effettivamente indotto nel personale una maggiore sensibilità verso la controparte, se vogliamo chiamarla così. La capacità d’ascolto, e direi anche di immedesimazione, ha superato la soglia standard: un’onda benefica di realismo per tutti. Per il futuro prossimo aspetterei l’evidenza empirica».

Riscontro dei fatti, lei dice: cosa resta del trauma collettivo?

«Restano il dolore e le lacrime dei parenti, il Pronto soccorso intasato, le terapie intensive esaurite, una media da noi di 10-15 morti al giorno nella fase più acuta del Covid. Era il tempo dei camion militari che trasportavano le bare e trovo vergognoso che persino quel capitolo sia stato messo in discussione. Il passato non passa. Restano la brutalità dei fatti più forti dei pregiudizi e la capacità della scienza medica di cercare i rimedi necessari in prima e ultima istanza. Resta il ricordo, per quanto mi riguarda, degli amici che ho perso. Come usa dire, il re è nudo e credo che, almeno nell’impatto iniziale, sia mutato il rapporto con la morte rimossa, che ciascuno invece se l’è vista davanti e la fragilità della vita. Da mezzo secolo, per vocazione professionale, mi situo sul crinale dell’esistenza e della sua fine. La gerarchia dei valori mi sembra un poco modificata».

Veniamo all’oggi, alla stagione dei vaccini.

«Anche qui starei ai fatti. L’evidenza scientifica, a livello nazionale e internazionale, ci parla dell’efficacia della vaccinazione nel prevenire casi di malattie severe e della necessità di completare il ciclo con le tre dosi. Finché il virus continua a circolare, siamo ancora sotto scacco: l’autocritica è il sale dell’intelligenza e mi auguro che i non vaccinati, che stanno correndo gravi rischi, ci ripensino. Purtroppo devo dire che ci sono stati decessi “ingiustificati”. La Bergamasca, dopo la fase più straziante, sta meglio rispetto ad altre aree, ma anche qui ha ripreso a crescere. Stiamo attenti. Per contro il ciclo vaccinale ha trovato un ritmo soddisfacente. Nella mia realtà – Zingonia e Policlinico di Ponte San Pietro, 600 letti complessivamente – le persone vaccinate sono state finora circa 120 mila, un numero che ritengo positivo».

Però c’è l’altra faccia della medaglia.

«Ho avuto modo di parlare con persone dubbiose sulle vaccinazioni, e questo mi ha fatto piacere, perché in alcuni casi sono riuscito a convincerle a vaccinarsi. I quesiti più ricorrenti riguardavano il timore che il vaccino potesse causare altre patologie. Non è vero. Sono rimasto sconcertato dal caso di una signora, il cui rifiuto derivava dalla preoccupazione che, nella fiala del vaccino, ci fosse un microchip per tracciare i dati degli utenti. Il mio vaccinatore, dottor Daniele Solla, ha avuto apparente buon gioco nel dimostrarle che per fare questo basta semplicemente un telefonino. Ma tant’è, e può darsi che una certa informazione disinvolta e una comunicazione scientifica talvolta contraddittoria abbiano fatto il resto. Agli indecisi, a quell’area grigia dalle tinte neutrali e comunque minoritaria, rivolgo una supplica perché prendano coscienza del perdurare di una situazione grave e che superi la diffidenza verso il vaccino. È incontrovertibile il fatto che oggi i ricoveri in terapia intensiva riguardino soprattutto i non vaccinati. I pentimenti dell’ultima ora, che pure avvengono, sono purtroppo tardivi. Ai no vax non saprei cosa dire, se non che le loro posizioni sono irragionevoli».

Diritti individuali e collettivi: il medico legale come risponde?

«Rispondo come hanno spiegato con grande efficacia le più alte cattedre laiche e religiose: la libertà è responsabilità, trovando un limite nella libertà altrui. Aggiungerei che vaccinarsi corrisponde ad un atto di giustizia sociale nel senso più ampio e profondo dell’espressione e quindi a difesa dei più deboli. Non si può infatti dimenticare che ridurre il numero di ricoveri per Covid permette di curare i pazienti affetti da altre gravi patologie, malati che hanno il diritto costituzionale ad una corretta e completa assistenza sanitaria. Se il buon senso ritornasse ad avere piena cittadinanza, potremmo ritrovarci tutti in una situazione sostanzialmente normale: in sicurezza e in libertà».

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