Stromberg: «Così dopo la doppia vaccinazione ho ripreso la mia vita»
Glenn Stromberg

Stromberg: «Così dopo la doppia vaccinazione ho ripreso la mia vita»

Con l’ex capitano dell’Atalanta inizia una nuova rubrica de L’Eco di Bergamo, cartaceo e web. Ogni giorno per trenta giorni un’intervista a trenta noti personaggi della comunità bergamasca che si sono vaccinati contro il Covid.

Per lui era cambiato poco, o quasi. Se non che, abituato a una media di circa duecento voli all’anno, se ne doveva stare lì, fermo, a Stoccolma. E se non che, invece di commentare le partite di calcio, della Premier League o della Champions League, negli studi televisivi svedesi andava per parlare del Covid, e per testimoniare, seppur a distanza, quello che stava succedendo nella «sua» terra bergamasca, devastata dalla prima ondata di contagi e morte. Il Covid e Glenn Stromberg, il vaccino e Glenn Stromberg. Come per tutti, anche per l’ex capitano dell’Atalanta c’è un «prima» e un «dopo». C’è stata una vita nella pandemia e c’è, ora, una vita nella pandemia ma con la protezione della vaccinazione.

Stromberg, partiamo dal fondo, però. Da adesso. Com’è ripresa la sua vita dopo i vari lockdown?
«Io voglio subito dire che ho vissuto la parte più brutta di questa pandemia da privilegiato. Ero a Stoccolma, potevo muovermi perché sapete che la Svezia fece la scelta di mettere sì restrizioni ma non divieti, potevo uscire, camminare, lavorare un po’, aiutare la mia famiglia. Ero da solo, sì, ma assolutamente privilegiato rispetto a quello che capitava qui».

Detto questo, ora?
«Ho fatto la prima dose prima degli Europei dell’estate scorsa e la seconda dose dopo gli Europei. Sono venuto in Italia per vaccinarmi e l’ho fatto quando è stato il mio turno, ovviamente. Poi, sono partito girovagando per tutta l’Europa per commentare le partite, un po’ come ho sempre fatto tra Premier e Champions».
Ha scelto di vaccinarsi con convinzione?

«Io non sono uno scienziato, per cui mi sono affidato a chi ne sa più di me. A me potete chiedere un parere su una cosa successa su un campo di calcio: di quello posso parlare con competenza. Ma non sulla scienza, non mi metto a discutere di questo. Semplicemente, ho fatto quel che mi pareva normale: ho ascoltato il parere di chi ne sa, dei medici che conosco e di quelli che ho incontrato in tanti paesi nei mesi precedenti la vaccinazione. Tutti erano concordi nel dirmi che sarebbero stati vaccini sicuri, che ci avrebbero protetto dalle forme gravi della malattia, e che riducendosi i pazienti gravi gli ospedali sarebbero tornati a occuparsi di più anche degli altri ammalati».

Nemmeno un dubbio?
«No, nemmeno un dubbio. Tutti mi hanno detto che una situazione così improvvisa e mondiale non si poteva che frenare con le vaccinazioni, e quando è stato il mio momento ci sono andato con convinzione, e devo dire che dopo la vita è decisamente cambiata».

Lei si poteva muovere anche prima, però.
«Sì, e prima come adesso rispettavo tutte le regole, le restrizioni, che cambiano di paese in paese. Dove necessario ho sempre fatto il tampone, arrivato a quota cento tamponi però ho smesso di contarli. Però insomma, dopo un anno e mezzo in quell’hotel di Stoccolma finalmente sono potuto tornare regolarmente in Italia a trovare la mia famiglia, in Spagna dove c’è un’altra parte della mia famiglia, la vita piano piano ha ripreso la sua normalità. Lo si vede negli occhi delle persone, che c’è più serenità, più sollievo. Prima c’era più paura. Ora sempre le regole, le mascherina, le distanze. Ma sappiamo tutti che siamo più protetti».

Ritorniamo a quell’hotel, la sua «casa» nella pandemia.
«Ero in Spagna, non ricordo se a Madrid o a Barcellona, e mi dovevo spostare in Inghilterra. Però proprio in quelle ore da Stoccolma mi dissero che forse sarebbe stato vietato l’ingresso a Londra. Allora dissi: “Ok, intanto torno in Italia e poi domattina vediamo dove si può andare”. Almeno, pensavo, sono a casa. Ma mi dissero: “Se vai in Italia c’è il rischio che non ti facciano più uscire. Vieni a Stoccolma, poi si vede”».

E così fece?
«L’indomani mattina presi il primo volo per Stoccolma, andai nell’hotel dove vado da 15 anni. Nel frattempo, furono chiusi praticamente tutti i confini e io per 6 mesi non mi sono più mosso da lì. Però ripeto: potevo uscire a passeggiare, andavo a lavorare in televisione. Ero lontano dalla mia famiglia, angosciato da quel che sapevo stava succedendo a Bergamo, ma in tutto questo ero un privilegiato».

Quando venne via la prima volta da Stoccolma?
«All’ inizio di agosto del 2020, per commentare le finali di Champions a Lisbona, quelle dove c’era anche l’Atalanta che perse all’ultimo minuto contro il Psg, nei quarti di finale. Prima di allora, le partite che erano riprese le abbiamo sempre e unicamente commentate dagli studi di Stoccolma, senza mai andare negli stadi, senza mai viaggiare».

Ora invece ha ripreso come prima?
«Praticamente sì. Vado sempre in Inghilterra, vado a Tenerife, appena posso torno in Italia. Lavoro, viaggio. Sono stato in almeno 10 Paesi diversi in questi mesi, sempre osservando tutte le regole che ovviamente cambiano perché le quote di vaccinazione sono ovviamente diverse. Però faccio un esempio: negli stadi non si può sostare nelle sale stampa, se prendi un panino devi mangiarlo all’esterno anziché lì dentro. Ecco, non è un sacrificio così grande. Per la sicurezza di tutti si deve fare e si fa, il vantaggio di essere protetti potendo vivere normalmente non è nemmeno paragonabile ai prezzi pagati al Covid».

La Svezia come ha accolto la fase della vaccinazione?
«Non so dire le proporzioni precise, ma gli svedesi hanno accolto la vaccinazione con percentuali altissime di adesione».

La gestione del Covid da parte della Svezia è stata molto discussa.
«La Svezia ha avuto problemi di contagi soprattutto nella zona di Stoccolma, dove vivono circa due milioni dei dieci milioni di abitanti dell’intero Paese. Nel resto del territorio il Covid ha trovato poco margine per espandersi, ma chiaramente a Stoccolma i rischi c’erano. Il governo ha scelto di non chiudere, di cercare un equilibrio fra la pandemia e la vita che doveva continuare. So che la scelta ha fatto discutere, che molti hanno guardato con curiosità alla gestione svedese per capire quanto fosse possibile convivere con il Covid, senza stravolgere completamente la vita delle persone. Ma non sono uno scienziato, ripeto, e non voglio dare giudizi sull’esito di questa gestione».

Però i vaccini anche in Svezia ora consentono una vita quasi normale ai cittadini.
«Sì, e la cosa che mi rende contento, per la Svezia come per qualsiasi altra nazione, è che gli ospedali se non vengono sommersi di malati di Covid possono tornare a curare chi nei mesi della pandemia ha dovuto aspettare troppo. E penso anche a chi negli ospedali ha lavorato per salvare vite. Ho sentito racconti di infermieri distrutti, che dormivano quattro ore per notte. Dobbiamo pensare anche a tutto questo quando scegliamo se vaccinarci o no».


r.belingheri
Roberto Belingheri Classe 1974, ha cominciato a scrivere su L'Eco di Bergamo nel settembre 1993. Assunto nel 2001 come redattore di cronaca città, nel 2003 è passato alla redazione sportiva, di cui è diventato caposervizio nel 2011. Dal 2017 è vicecaporedattore nell'ufficio centrale, coordinatore del sito web e responsabile dei servizi di Corner.

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