Trovesi: «Vaccinarsi è libertà di suonare e anche di ascoltare»

Jazzista di fama internazionale ha vissuto il lockdown a Nembro, epicentro della pandemia nel 2020.

Jazzista al centro della scena internazionale, recensito più volte sul «Down Beat», la Bibbia del jazz, Gianluigi Trovesi è un artista versatile, rapito dal Barocco, dall’improvvisazione, dalla musica popolare. È rispettato dai colleghi di tutto il mondo. Nato e vissuto a Nembro, sebbene cittadino musicale del pianeta, si è ritrovato nel 2020 al centro della pandemia, in quella che è diventata la capitale simbolo del Covid19. Nembro, Alzano Lombardo, la <zona rossa sì, la zona rossa no>, la colonna dolente dei camion militari con le prime, troppe salme. Lo scenario è cambiato da un giorno all’altro. Sax e clarinetti sono rimasti senza fiato, almeno per un po’.

Come cittadino di Nembro, si è sentito al centro di un’altra attenzione?

«Avevo dei lavori all’estero in quel giorni e si è bloccato tutto. All’inizio non ci siamo accorti che eravamo al centro del mondo, però qualche avvisaglia poi è arrivata. A venti metri da casa mia c’è un muro dove affiggono gli annunci mortuari, e a un certo punto non ci stavano più. Quelli del giorno prima venivano subito coperti dai successivi. In paese s’è cominciato a parlarne. E col senno di poi devo dire che erano molti gli amici che hanno iniziato ad aver problemi polmonari. Alle prime statistiche ci siamo resi conto della gravità della situazione. L’anno precedente nello stesso periodo qui da noi erano morte 30 persone, la prima ondata del Covid ne ha uccise 180. Non sapevamo che il mondo parlava di noi, ma avevamo capito che stava succedendo una cosa grave grave sì. In quei giorni ho ricevuto tanti messaggi di colleghi preoccupati del fatto che abitassi proprio a Nembro. E da quello ho capito che il mio paese stava diventando tristemente famoso».

Come ha passato la prima chiusura e poi la successiva?

«Il lavoro s’è fermato. Lo studio no. Per passare il tempo sono andato a riscoprire i miei vecchi metodi di musica. Il libro del solfeggio, quello dell’armonia con i primi esercizi. È come se mi fossi iscritto nuovamente alla scuola della banda e al conservatorio. E questo mi ha fatto molto bene. Così come uscire a far quei pochi passi nel silenzio intorno. Incontravi persone che ti salutavano a distanza, con molto rispetto, come quando mentre cammini nel bosco incontri qualcuno d’improvviso. In quei giorni si è riscoperto il piacere dell’incontro, del dire due parole. Io sono del ’44 e di colpo mi sono ritrovato nello scenario di quando ero bambino, senza rumori se non quelli della natura. Il tempo che scandiva il giorno aveva un’altra storia».

Avete avuto lutti in famiglia?

«Uno zio, poi un’altra zia. Ho perso anche diversi amici. A quel punto il muro fuori casa non era più sufficiente e hanno smesso di affiggere i manifesti. I funerali non si facevano più, non si andava in chiesa. Poi sono arrivati i soldati, da noi i Russi. Eravamo come sotto assedio, ma non è che avessi paura. Erano gentili, ossequiosi. La prima volta che hanno riaperto la chiesa con Montanari e Gianni Bergamelli abbiamo suonato durante una funzione, senza fedeli naturalmente, in streaming. Più avanti abbiamo suonato al Teatro Modernissimo con 180 rose appoggiate sulle poltroncine in omaggio a quelli che non c’erano più».

Poi è arrivato il momento del vaccino.

«Ho fatto la prima e la seconda dose. E ora mi sono iscritto per avere la terza. Avendo fatto Astra Zeneca per me la scadenza è a gennaio».

Da musicista, da lavorante della musica, come ha vissuto la ripresa? Ha suonato anche un Requiem per tutte le vittime bergamasche.

«Ho 77 anni e suono meno di un tempo. Per la mia categoria, così come per altre, questo è stato un tempo difficile. Siamo rimasti tutti senza lavoro. Ma d’altra parte quando suoni e non c’è la predisposizione all’ascolto è difficile suscitare emozioni. Cambia la prospettiva. Ho suonato con poco pubblico e molta distanza; qualche volta nelle chiese e lì l’emozione che si crea è particolare. Ho suonato anche in streaming, ma soffiare nel clarinetto senza sapere chi ascolta è un’emozione a metà, che preferirei non accadesse più».

Il Green pass cos’è stato per il vostro mondo? Un lasciapassare, una vera sicurezza, cosa?

«Da cittadino è stata una libertà. Poter andare al bar del paese a fare due chiacchiere, al ristorante. Una possibilità in più data alla comunicazione. Avere il lascia passare per la vita quotidiana è stato bello, al di là del lavoro. Parlo sempre dall’altezza dei miei anni, se ne avessi avuti la metà forse sarebbe stato diverso ancora. Da quando sono al mondo i vaccini li ho sempre fatti. All’elementari ci mettevano in fila e ci vaccinavano. Se mi dicono oggi che devo fare un vaccino al mattino e uno alle sera, mi metto lì, sono stato abituato a prendere quello che c’è da prendere. Hai il mal di testa, prendi la pastiglia. Certo oggi anche sul vaccino sento tutte le campane. E credo che i contrari ci saranno sempre».

Al dubbioso del bar cosa le è capitato di dire?

«Ho degli amici che non si sono vaccinati. Alcuni sembra vivano intorno all’anno Mille, altri hanno proprio paura di farlo. C’è anche chi crede che sia una maledizione; altri sono convinti che intorno al vaccino ci sia una speculazione enorme. Parlare è legittimo, avere idee diverse pure. Ma quando si va in guerra e c’è il coprifuoco anche chi non la pensa una cosa giusta si deve adeguare. Oggi siamo in guerra col virus. Qualcuno le regole le deve dare. Tra salute ed economia in fondo qualche relazione c’è. Io penso che chi comanda il Paese rifletta su le conseguenze delle cose decise, sentito il parere degli scienziati avrà scelto considerando tutti gli aspetti».

Sarebbe favorevole all’obbligo vaccinale?

«Da cittadino, mi sentirei obbligato. In guerra se vengono prese certe decisioni si rispettano giocoforza. Ai contrari dico che seguano la loro coscienza, non posso dire altro. Certo passare col rosso può creare tante gravi conseguenze».

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