Bruciore, tosse e rigurgito: come riconoscere il reflusso
Un disturbo occasionale o cronico molto comune che può dare raucedine, gola irritata, respiro corto e insonnia. Il Dr. Umberto Bonassi spiega cause, fattori di rischio e percorso diagnostico
Il reflusso gastroesofageo è un disturbo molto comune, occasionale o cronico, che si presenta quando i succhi gastrici risalgono lungo l’esofago provocando bruciore dietro lo sterno e rigurgito acido. Si tratta di una patologia che colpisce circa il 23-26% degli italiani, con un numero stimato di 15 milioni di persone che ne soffrono. La tendenza è in aumento, specialmente nei Paesi industrializzati, con previsioni che indicano una crescita costante entro il 2050. Il Dr. Umberto Bonassi, direttore sanitario di Habilita e responsabile dell’ambulatorio di gastroenterologia appena attivato in Habilita Sport Medicine, il centro medico allo stadio di Bergamo.
«Durante la giornata - spiega il Dr. Bonassi - in particolare dopo i pasti, chiunque sperimenta saltuari episodi di reflusso “fisiologico”, che restano del tutto asintomatici e privi di conseguenze. Quando però questi eventi si intensificano per quantità o durata, il paziente può avvertire dolore, causato dall’attivazione delle terminazioni nervose e la mucosa esofagea può subire danni, più o meno reversibili».
Quali sono le principali cause di questa situazione?
«Ci possono essere diversi fattori che concorrono a provocare il reflusso gastroesofageo. Può essere provocato dal malfunzionamento dello sfintere che, indebolendosi o rilassandosi in modo anomalo, permette all’acido di risalire. Oppure la causa può essere un’ernia iatale: una parte dello stomaco si sposta sopra il diaframma compromettendo la tenuta della valvola antireflusso. Un’altra causa può essere lo svuotamento gastrico ritardato. Se il cibo rimane troppo a lungo nello stomaco, aumenta la pressione interna e anche la possibilità di reflusso».
Ci sono dei soggetti più a rischio?
«Si tratta di una problematica strettamente legata a stile di vita e fisicità. Le persone in sovrappeso sono più a rischio: l’eccesso di grasso addominale esercita una pressione costante sullo stomaco, spingendo l’acido verso l’alto. Condizione simile è quella delle donne in gravidanza. In questo caso anche i cambiamenti ormonali favoriscono l’insorgenza del disturbo. Altri fattori di rischio sono il fumo e l’alcol».
Ci sono cibi e abitudini che possono facilitare l’insorgere del reflusso?
«Tutti i cibi grassi, i fritti, il cioccolato, la menta, la caffeina, i cibi piccanti o acidi (agrumi, pomodoro) possono peggiorare i sintomi del reflusso. Ci sono poi anche delle buone norme da seguire dopo mangiato. In particolare, consiglio di evitare di fare pasti troppo abbondanti o di sdraiarsi subito dopo mangiato: in questo modo si facilita meccanicamente il reflusso. Aggiungo infine che anche l’utilizzo di alcuni farmaci può essere associato al reflusso. Mi riferisco agli antinfiammatori e ad alcuni antidepressivi e sedativi».
Quali sono i sintomi tipici del reflusso gastroesofageo?
«I principali sono il bruciore dietro allo sterno che può irradiarsi al collo, in gola o lungo la schiena; la sensazione di cibo o liquido acido che risale in gola/bocca; un dolore retrosternale che può essere confuso con problemi cardiaci; nausea e sensazione di pienezza. Ci sono anche dei sintomi extraesofagei come la tosse secca, l’asma, il respiro affannoso, fastidio alla gola, alterazioni del tono di voce, alitosi, salivazione eccessiva, mal di testa e disturbi del sonno».
Come si diagnostica il reflusso gastroesofageo?
«I principali metodi diagnostici sono il PPI test, che prevede la somministrazione di inibitori di pompa protonica per 2 settimane (la scomparsa dei sintomi conferma la diagnosi); l’esofagogastroduodenoscopia, il pH-impedenzometria delle 24 ore per rilevare il reflusso acido e non acido, correlandolo ai sintomi; la manometria esofagea e la radiografia con mezzo di contrasto».
Se non si interviene in modo corretto ci possono essere complicanze?
«Sì. Il reflusso gastroesofageo, se non trattato, sul lungo periodo può provocare l’infiammazione e l’ulcerazione della mucosa dell’esofago, il restringimento dell’esofago, un’alterazione del tessuto di rivestimento (esofago di Barrett), l’adenocarcinoma esofageo, il sanguinamento con conseguente anemia e carenza di ferro».
Come si può evitare?
«Ci sono diversi strumenti a disposizione per contrastare questa problematica. Il primo consiglio è quello di dormire con la testiera del letto sollevata di circa 10-15 cm. Inoltre, seguire una dieta sana e bilanciata è molto importante. Tra i farmaci più efficaci segalo gli inibitori di pompa protonica come l’omeprazolo o il lansoprazolo, capaci di guarire le erosioni esofagee; i procinetici come il metoclopramide, il domperidone o il levosulpiride che aumentano il tono dello sfintere esofageo; gli antiacidi e alginati che offrono sollievo sintomatico rapido creando una barriera antireflusso».
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