Bubka e il debito pubblico

«L’Italia ha ripreso la corsa», ama ripetere il premier Renzi. Ma dobbiamo aggiungere che la spia della riserva è sempre accesa. Ogni mese è una fitta alla solita notizia: il debito pubblico continua a salire. A marzo ha raggiunto i 2.228,7 miliardi di euro, record assoluto che somiglia a quelli di Sergei Bubka nel salto con l’asta.

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L’asso russo, una volta capito il meccanismo, li migliorava furbescamente un centimetro alla volta per garantirsi ingaggi sempre più consistenti per i meeting successivi. Se il metodo è questo ci avviamo verso l’estate con un pizzico di sconforto, sicuri che nessun freno sarà posto a questa escalation fotografata con attendibilità da Bankitalia. La situazione è preoccupante perché l’economia non consolida la ripresa, la spesa pubblica non si ferma e il Parlamento pensa soprattutto ad altro. Anche le entrate tributarie non aiutano; sono di 89 miliardi, più o meno come lo scorso anno. Ma, come abbiamo visto, nel 2016 la spesa decolla. In una famiglia questi parametri imporrebbero a genitori e figli un consulto a pranzo con l’impegno di risparmiare dov’è possibile per rimettere in equilibrio i conti. Ma lo Stato non risparmia, non taglia, non ne vuol sentire.

La spending review è tornata ad essere una pittoresca locuzione inglese e la sua applicazione si è concretizzata nel modo più inquietante: il taglio dei manager che avrebbero dovuto effettuarla. Si crede che lo snodo chiave del governo Renzi sia il referendum costituzionale (nel quale almeno si limerà il Senato) e invece sarà la spesa. Perché dall’obesità della spesa c’è il primo impedimento agli investimenti. E senza investimenti non esiste ripresa stabile del lavoro. Renzi parla di taglio delle tasse, ma con il debito in modalità Bubka sarebbe interessante sapere con quali soldi.

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