Grata e gli abiti dell’ironia «Mi vesto per sorridere»

Grata e gli abiti dell’ironia
«Mi vesto per sorridere»

Prendere in mano ago e filo a 65 anni e vestirsi un po’ come ci pare. Abiti e colori per una moda che faccia sorridere, per colori che appartengano al sentimento della giornata da vivere. Grata Somaré non è mai né bianco né nero, ma un arcobaleno di tonalità che si aggirano per i vicoli stretti di Città Alta.

Ogni tanto, dopo una passeggiata, rientra nella sua casa di famiglia, a Colle Aperto, e si ricambia tutta: cappellino o cerchietto, giacche e cappottini in taffetà o lana cotta dai toni accesi, gonne voluminose, che «mi fanno sentire quella che sono». Sono gli abiti dell’anima quelli di questa bergamasca dall’albero genealogico importante, che racconta una famiglia di arte e fantasia. Dal bisnonno materno Virginio Muzio, architetto che nella Bergamasca lavorò in modo instancabile, progettando chiese, campanili, case.

«Tra le sue realizzazioni più importanti la cancellata in bronzo della Cappella Colleoni; la Casa del Popolo, villa Pesenti ad Alzano Lombardo e lo sviluppo del progetto di Giuseppe Brentano per la facciata del Duomo di Milano. Morì a 40 anni e seguì le sue orme mio nonno, Giovanni Muzio, molto noto per il suo lavoro svolto soprattutto a Milano». E poi c’è l’altro bisnonno, Cesare Tallone, e il papà Guido Somaré: «E se qualcuno pensava che avrei disegnato o dipinto, sono invece laureata in Lingue alla Bocconi, ho insegnato inglese al Lussana per poi seguire mio marito, antropologo, nei suoi viaggi in giro per il mondo». Che hanno permesso a Grata di raccontare paesi lontani: «Abbiamo stilato guide e ho iniziato a scoprire l’arte antica non occidentale». Da qui due gallerie d’arte a Bergamo e a Milano: «Ora solo a Milano, tra mostre internazionali e viaggi in Africa e Oriente».

Ma cinque anni fa Grata rallenta il passo e prende in mano ago e filo: «Ho sempre archiviato stoffe e tessuti con i miei viaggi, ma non ho mai cucito nè sono mai stata capace» ride. Autodidatta? «Non è nel mio carattere, niente corsi: i miei abiti, più che capi di abbigliamento, sono per me oggetti da indossare». E basta vederli, toccarli, per capire cosa intende: vestiti in carta e cartone, installazioni luminose sulle ampie sottane, tanto velluto, taffetà sgargiante, panno e lane coloratissime, stoffe trapuntate. «Cucio con una piccola macchina da 69 euro che ha portato a casa mio marito; ho imparato a infilare l’ago grazie alla pazienza di un’amica - ricorda -. E poi faccio tagli semplici, me li modello addosso decorandoli come fossero tele bianche di un dipinto che in fondo racconta la mia vita». Ci attacca bottoni, pezzi di ceramica, oggetti di uso quotidiano: «C’è anche una linea con la plastica» rammenta lei mentre apre il suo archivio, circa 600 pezzi, raccolti nella grande casa. E sorride sincera, senza grandi spiegazioni, senza grossi perchè: «Perchè mi piace, perchè la moda può e deve essere ironia. perchè vestirsi è un metodo antidepressivo. E semplicemente perchè così mi sento bene. E sorrido».

A Bergamo la conoscono tutti proprio per i suoi abiti: «Non faccio notizia, magari se mi muovo in provincia... poi in giro per il mondo, da New York a Tokyo, sono un puntino colorato tra tanti altri» continua Grata. Questioni di punti di vista, insomma, e a chi le chiede di creare un brand con le sue idee, alza le spalle e torna a guardare gli armadi: «Mai voluto, non sono una stilista, sono più un’artista. E poi questi capi sono io, al massimo li presto». Nessun intento commerciale: «Sono io con la mia testa tra le nuvole - aggiunge -. A chi lo sta pensando, rispondo già: non mi sento ridicola, ma solo me stessa». Il pensiero alla straordinaria Anna Piaggi vola veloce. Con un’ammissione di Grata: «Faccio un’eccezione solo quando vado dal dottore: in quel caso il look è un sobrio pantalone». E ride ancora.

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