Leche torna a Bergamo e punta su Borgo Palazzo
Antonella Vecchi

Leche torna a Bergamo
e punta su Borgo Palazzo

Torna a Bergamo dopo sette anni a Trento e torna a casa, nel suo borgo, dove è cresciuta e in cui crede. Antonella Vecchi, in città la conoscono tutti come Leche, marchio nato nel 2007 quando la 40enne lo ha creato in una piccola sartoria di via Broseta.

Poi un pezzo di vita e di stile a Trento dove il marchio ha iniziato a produrre per le attività commerciali. Il ritorno a Bergamo ha una dimensione più sartoriale, un ritorno alle origini, una voglia di riallacciare legami. «Prima di tutto con il territorio, ritornando in Borgo Palazzo, strada di botteghe, che hanno vitalità e forza creativa».

Antonella Vecchi con un abito Leche

Antonella Vecchi con un abito Leche

Antonella qui ha incontrato Arianna Mora, architetto e ingegnere che progetta complementi d’arredo e che ha un suo marchio – Oxam -: «Abbiamo dato vita a Palazzo 54: qui ho ricostruito il mio mondo». Un atelier in cui Leche ritorna a disegnare, produrre, personalizzare. Sempre con quello sguardo furbo e impaziente dietro gli occhi azzurri: «Trento mi ha messo in gioco: senza contatti ho costruito un progetto che ha avuto successo; Bergamo ora sarà l’evoluzione». Che per la primavera estate ha uno stile ben distinto: «Sono cambiata, ho imparato a ridurre il superfluo, a creare una moda che mi racconti in maniera essenziale». Comoda, femminile, per un’estate di gonne dalla vita alta, pantaloni morbidi, in cotone e lino, casacche e canotte di seta e cadì. «Scolli a barca, maniche tra quarti. E poi tasche, tasche dappertutto – ride Antonella -. E il denim per vivere la quotidianità, per divertirsi».

Antonella Vecchi al lavoro

Antonella Vecchi al lavoro

Un ritorno felice quello di Leche, che scommette sul suo borgo: «Non mi hanno dimenticata, ho ripreso le relazioni che sempre ho amato in questo lavoro». Affaccendata sui prossimi abiti da sposa da progettare, lo ammette: «Mi mancava Bergamo: mi sto riprendendo quel gusto di vivere la sartorialità che per me è linfa vitale: conoscere chi devo vestire, vivere il suo stile, interpretandolo con il mio». E i ricordi tornano in circolo, quando agli inizi, il metro da sarta attorno al collo, c’era una Galatina da sgranocchiare dentro il pacchetto confezionato a mano e un messaggio che Antonella ha sempre ripetuto: «Quello che indossiamo è ciò che siamo. Alla fine il mio sogno è anche il tuo».


Fabiana Tinaglia Giornalista de L'Eco di Bergamo

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